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Genova,
informazione sotto tiro
(26 luglio 2001)
Di Sergio Cecchini
"Dopo
quello che mi è successo a Genova provo un grande senso di
paura, di terrore a tornare a fare il mio lavoro in Italia.
Una sensazione simile non ricordo di averla mai provata neanche
quando mi hanno puntato un mitra alla testa in Somalia" (Testimonianza
rilasciata a RSF Italia da Eligio Paoni (nella foto a sinistra),
fotografo dell'agenzia Contrasto, prima di essere nuovamente
ricoverato, il 24 luglio, per un trauma cranico procuratogli
dalle forze dell'ordine, mentre fotografava il cadavere di
Carlo Giuliani).
Almeno
sedici giornalisti feriti, il centro stampa del Genova Social
Forum devastato, arresti, materiale sequestrato, minacce :
RSF denuncia le violenze senza precede nti
commesse contro il mondo dell'informazione
In
una lettera indirizzata al Presidente del consiglio, Silvio
Berlusconi, e al ministro dell'Interno, Claudio Scajola, Reporters
Sans Frontières (RSF) ha espresso la sua indignazione in seguito
alle violenze di cui sono stati vittime i mezzi d'informazione
a Genova, il 21 e il 22 luglio, durante gli scontri di piazza.
"Quello
che è successo a Genova è senza precedenti. Alcune azioni
di polizia, di una violenza inaudita, sono state pianificate
e condotte all'interno di edifici dove i manifestanti e la
stampa si riposavano e lavoravano lontano dagli scontri" ha
dichiarato Robert Ménard, segretario generale di RSF. "La
violenza efferata, la devastazione del centro stampa, il sequestro
dei materiali e delle immagini possono essere stati autorizzati
dal ministro dell'Interno e dal Presidente del Consiglio?
RSF chiede l'apertura immediata di un'inchiesta e una rapida
individuazione delle responsabilità" ha aggiunto Ménard.
Secondo
le informazioni raccolte da RSF, presente a Genova, la polizia
ha perquisito con la forza, nella notte tra sabato 21 e domenica
22 luglio 2001, i due edifici in cui erano ospitate le associazioni
anti-globalizzazione e Indymedia, rete di mezzi d'informazioni
indipendenti, messi a disposizione dal Comune di Genova. I
corrispondenti del quotidiano italiano Il Manifesto, della
rivista Carta, di radio GAP, e altri giornalisti lavoravano
nel centro stampa allestito in questi locali. Secondo diverse
testimonianze, l'irruzione della polizia è stata estremamente
violenta e sono stati evacuati numerosi feriti. Il materiale
informatico è stato sequestrato e, in alcuni casi, distrutto.
Sono state confiscate quindici macchine fotografiche. Questo
blitz ha visto il coinvolgimento di numerose unità di polizia
e di alcuni elicotteri.
Un
giornalista inglese, Mark Covell, collaboratore di
Indymedia, è stato gravemente ferito dalle forze di polizia
durante l'irruzione. E' stato per molto tempo in fin di vita.
Almeno altri quindici tra giornalisti, fotografi e cineoperatori
sono stati seriamente feriti dalle forze dell'ordine e dai
Black blocs. Domenico Affinito, giornalista del circuito
radiofonico CNR e membro del consiglio direttivo di RSF Italia
è stato percosso dalla polizia. Lorenzo Guadagnucci,
giornalista del quotidiano bolognese Il Resto del Carlino,
è stato ferito e arrestato durante il blitz contro il centro
stampa. E' stato ricoverato con un braccio fratturato e una
ferita alla testa. Massimo Alberti, giornalista di
Radio Onda d'Urto e di Radio GAP è stato malmenato dalla polizia.
I suoi occhiali si sono rotti procurandogli numerose ferite
al volto. E' stato guardato a vista per diverse ore senza
ricevere cure mediche. Il giornalista Enrico Fletzer,
di Radio K di Bologna, è stato ferito dalla polizia. Sonia
Fedi, cameraman esterna di una troupe Mediaset, è stata
aggredita da un gruppo di dimostranti appartenenti ai Black
blocs. E' stata ricoverata per una frattura della gamba. Kerstin
Wagenschein, giornalista tedesco del quotidiano Junge
Welt di Berlino è stato arrestato e detenuto nel carcere di
Voghera (a nord di Genova), fino a giovedì 26 luglio.
Domenica
22 luglio, quattro giornalisti hanno firmato una deposizione
davanti al magistrato Francesco Pinto per testimoniare delle
violenze perpetrate dalla polizia durante il blitz notturno
al centro stampa del GSF: il giornalista Luca Tomassini dell'agenzia
Digipress, l'operatore francese Philippe Blanchard, il presidente
dell'Ordine dei Giornalisti della Liguria Attilio Lugli e
il segretario dell'Associazione dei giornalisti liguri Marcello
Zipola.
RSF
ha inoltre lanciato un appello per raccogliere testimonianze
su quanto accaduto a Genova e annunciato il prossimo invio
di una missione d'inchiesta in Italia. RSF chiederà di essere
ricevuta dal Presidente del Consiglio italiano e dal ministro
dell'Interno.
Una
breve ricostruzione cronologica
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Genova,
21 luglio 2001
Foto di Sergio Cecchini |
Venerdì
20 luglio, giorno di inaugurazione del G8
In mattinata un gruppo di Black blocs colpisce una moto su
cui viaggiavano Tito Mangiante, cameraman free-lance,
ed Elio Felice, giornalista della redazione ligure
del T3. Tito Mangiate ha riportato la frattura della gamba
(60 giorni di prognosi) e Elio Felice una costola incrinata.
Guido Benvenuto, cameraman sempre del T3, viene anche
lui buttato già dalla moto dalle "tute nere".
Intorno alle 12.20 Pigi Cipelli, fotoreporter freelance
milanese che si trovava in via Torino, viene ferito da una
manganellata di un agente della polizia. Il fotografo ha raccontato
di essere stato colpito mentre fotografava la carica di una
decina di poliziotti contro alcuni manifestanti che avevano
lanciato delle pietre. Cipelli era vicino ad un ragazzo che
stava riprendendo con una piccola cinepresa. Un gruppo di
agenti ( tre o quattro) ad un tratto si è diretto verso di
loro. In un primo momento è stato "manganellato" solo il ragazzo
perché Cipelli , vedendo arrivare gli agenti, ha alzato le
mani dichiarandosi giornalista. Qualche attimo dopo però uno
degli agenti lo ha centrato duramente alla testa. Il referto
medico stilato poco dopo dall'ospedale San Martino è di 8
giorni: 5 punti di sutura alla testa. Cipelli ha specificato
che in quel momento non aveva esposto il pass dell'accredito
ufficiale per evitare guai con alcune "tute nere" che stava
seguendo. Cipelli ha anche riferito che circa dieci minuti
prima del suo ferimento, era riuscito a sottrarsi ad un assalto
di dimostranti che avevano invece cercato di strappargli le
macchine fotografiche.
Intorno alle 14, quando da un'ora sono in corso scontri in
via Torino e corso Buenos Aires tra estremisti e forze della
polizia, il corteo delle tute bianche arriva in zona scendendo
lungo via Tolemaide. L'intenzione annunciata è quella di arrivare
al limite della zona rossa, cercare di sfondarla, ma senza
ingaggiare una violenta guerriglia con carabinieri e polizia.
Un'azione dura, ma dimostrativa. Alla testa del corteo, insieme
ad altri, c'è il giornalista Marco Persico, collaboratore
di Agr (agenzia radiofonica italiana). Si trova lì con una
troupe indipendente per documentare la manifestazione delle
tute bianche. La polizia carica all'improvviso e, insieme
agli estremisti, investe la testa del corteo che sta sopraggiungendo
e che, fino a quel momento, non era stato coinvolto negli
scontri.
Molti vengono picchiati, ammanettati e caricati sulle camionette.
Tra di loro c'è anche Marco Persico.
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Genova,
20 luglio 2001
Foto di Sergio Cecchini |
Il giornalista, inutilmente qualificatosi agli agenti, viene
buttato a terra, malmenato, ammanettato, preso per i capelli
e sbattuto su una camionetta. Al momento del fermo indossa
un paio di pantaloni, una camicia, una giacca e ha in mano
un registratore: anche visivamente, quindi, non può essere
scambiato con uno dei teppisti che fino a pochi minuti prima
lanciavano sassi e incendiavano cassonetti della spazzatura.
Gli agenti gli distruggono il registratore e il telefonino.
Persico è picchiato anche durante il tragitto verso la caserma
della polizia a Genova Bolzaneto. Qui è sistemato, insieme
ad altri in una cella, dove rimarrà fino al momento del rilascio,
alle 21.30. Gli agenti lo obbligano a stare in piedi con la
testa appoggiata al muro. Per chiunque se ne distacchi la
punizione è unica: una testata contro la parete. In quelle
sette ore e mezza gli agenti sputano più volte addosso al
giornalista, lo picchiano e lo insultano. Le frasi sono del
tipo "Vi ammazzeremo tutti senza pietà" o "Luridi pezzi di
merda" o ancora, rivolto alle donne fermate, "Vi stupreremo
tutte come in Bosnia".
Quando Marco Persico è rilasciato, senza che la Questura dia
informazioni ai suoi colleghi o al padre che lo cercano, è
in stato di shock. Dopo una visita in ospedale, i medici gli
riscontrano un trauma cranico non commotivo, escoriazioni
ed ematomi guaribili in 15 giorni.
Nel
pomeriggio il giornalista spagnolo Jonas Santiago Neches
Nuoevos, della Aragon Press, regolarmente accreditato
al G8, è picchiato selvaggiamente e si vede sequestrata la
macchina fotografica mentre sta immortalando alcuni poliziotti
che malmenano un ragazzo.
Sempre nel pomeriggio, testimone il fotografo Carlo Cerchioli
dell'agenzia Grazia Neri, due fotogiornalisti francesi che
si trovavano in corso Buenos Aires sono stati "accecati" da
un agente di polizia che, intenzionalmente, ha loro spruzzato
dello spray urticante sul volto. Dopo l'episodio i due fotografi
sono rimasti per diversi minuti senza poter vedere nulla.
Il fotografo francese Jeerome Delai dell'Associated Press
è stato "sprangato" da alcuni manifestanti nei pressi del
luogo dell'uccisione di Carlo Giuliani. Ha riportato la frattura
di due costole.
Eligio
Paoni, fotografo dell'agenzia Contrasto, viene ricoverato
d'urgenza per un trauma cranico causato dalle percosse della
polizia.
Roberto Bobbio, fotografo del Secolo XIX, viene percosso
dalla polizia. La prognosi è di 10 giorni.
Yannis Kontos, fotografo dell'agenzia Gamma, riceve
due manganellate dalla polizia. Gli verranno confiscate 20
pellicole. Mimmo Frassinetti, fotografo dell'agenzia AGF,
viene bastonato dalle "tute nere" che gli portano via l'attrezzatura.
Sabato
21 luglio
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Genova,
21 luglio 2001
Foto di Sergio Cecchini |
Ore 17.00 Dopo la carica della polizia, che per oltre mezz'ora
è rimasta a guardare la devastazione compiuta dagli estremisti
in piazza Kennedy (che rompono vetrine e danno fuoco a due
banche ed alcune auto), il giornalista Domenico Affinito
(membro del consiglio direttivo di Reporter senza frontiere)
e una corrispondente locale del Corriere della Sera, si rifugiano
in via San Piero della Foce, parallela alla zona degli scontri,
per sfuggire ai lacrimogeni lanciati dalla polizia. Mentre
si trovano appoggiati al muro di un palazzo arrivano una squadra
di poliziotti e una di finanzieri. Questi ultimi si avventano
sui due giornalisti, che esibivano addosso il pass ufficiale
del G8 e, nonostante i due colleghi si qualifichino urlando
nome, cognome e professione, gli agenti prendono a manganellarli.
La corrispondente del Corriere viene colpita due volte alla
testa e Domenico Affinito al gomito e alla mano.
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Genova,
21 luglio 2001
Luciano del Castillo, fotografo dell'Ansa viene soccorso
da alcuni suoi colleghi
Foto di Sergio Cecchini |
Sempre
alla stessa ora, davanti al tunnel vicino alla stazione di
Brignole, il fotografo dell'Ansa Luciano del Castillo
(foto a a sinistra) cade a terra raggiunto dall'acido spruzzatogli
in faccia da un poliziotto. Alla scena assistono Gérard Juline
dell'Agence France Presse e Sergio Cecchini di RSF Italia.
Un gruppo di Black blocs aggredisce una troupe della televisione
giapponese JTV, fracassando la telecamera dell'operatore.
In piazza Manin, JJ. de Heer, giornalista-cameraman
freelance olandese, è stato picchiato e ferito dalla polizia,
che gli ha anche distrutto la videocamera. Il fatto è avvenuto
mentre il giornalista stava documentando una carica della
polizia contro un gruppo di manifestanti pacifici. JJ. de
Heer ha tentato di qualificarsi esibendo il pass ufficiale
del G8 e la sua tessera professionale, ma i poliziotti lo
hanno egualmente aggredito e malmenato. JJ.de Heer è stato
colpito, oltre che in più parti del corpo, anche in pieno
volto. L'episodio è stato denunciato dal Sindacato olandese
dei giornalisti.
Timothy Fadek ,dell'agenzia fotografica francese Gamma
è stato gettato a terra e ripetutamente picchiato dalle forze
dell'ordine.
Sam Cole, della Associated Press Television News
- come ha denunciato dagli Usa il Committee to Protect Journalists
(CPJ) - ferito alla testa dalle manganellate della polizia.
Domenica
22 luglio, ore 00.30
Durante il blitz notturno nella scuola Pascoli, in via Cesare
Battisti, data dalla Provincia al Genoa Social Forum come
centro di accoglienza e centro stampa, gli agenti picchiano
gravemente una serie di giornalisti. Un giornalista inglese
di Uk.Media è ricoverato in ospedale con le costole rotte
e un polmone fratturato (sarà operato d'urgenza in nottata),
il giornalista inglese Mark Covell di Indymedia arriva
in ospedale in coma con un ematoma al cervello. La troupe
di Independent Media Switzerland racconta di essere stata
picchiata e della distruzione del materiale tecnico e delle
cassette contenenti le immagini girate nella giornata. Durante
lo stesso blitz gli agenti picchiano il giornalista John
Elliot, inviato del domenicale britannico "Sunday Times",
e Lorenzo Guadagnucci de "Il Resto del Carlino". Quest'ultimo
è stato ricoverato in ospedale con una brutta ferita al braccio
e si trova in stato di arresto per associazione a delinquere
finalizzata all'eversione, accusa che la polizia muove a tutte
le persone arrestate durante il blitz notturno.
Sempre nel blitz notturno, la troupe di Independent Media
Switzerland è stata picchiata dalla polizia, con distruzione
del materiale "girato".
Questi
i fatti più gravi, senza contare i lacrimogeni sparati ad
altezza d'uomo contro giornalisti e fotografi, gli insulti
e le minacce continue che molti giornalisti hanno subito in
quei giorni. Frasi del tipo "Se non la smetti di fotografare"
o "Giornalista di merda" e molte altre, non si sono nemmeno
contate.
Le
testiomnianze
Eligio
Paoni, fotogiornalista dell' Agenzia Contrasto accreditato
ufficialmente al G8, è stato ferito venerdì 20 luglio durante
le manifestazioni di Genova.
Secondo la sua testimonianza e quella di giornalisti della
stampa italiana ed estera, Eligio Paoni è stato colpito gravemente
e ripetutamente dalle forze dell'ordine mentre svolgeva il
suo lavoro di documentazione. Ricoverato d'urgenza all'ospedale
veniva sottoposto a Tac e lastre per fratture varie e trauma
cranico.
Di seguito riportiamo la testimonianza che Eligio Paoni ha
rilasciato a Reporter Senza Frontiere poco prima di essere
nuovamente ricoverato. "Perché picchiano me se c'è un morto
a terra?" E' questa la domanda che il fotografo dell'agenzia
Contrasto si poneva mentre veniva ripetutamente colpito dai
manganelli della polizia. Erano da poco passate le 17.30 quando
Eligio Paoni, mentre scattava alcune foto del cadavere di
Carlo Giuliani, è stato caricato dalle forze dell'ordine.
"Avevo fatto un passo per fotografare il corpo in primo piano
e le forze dell'ordine sullo sfondo quando ho visto che si
stavano riorganizzando. Immediatamente ho alzato il pass ufficiale
e ho detto "sono un giornalista". Mi sono saltati addosso
e hanno iniziato a colpirmi in testa e su tutto il corpo".
Eligio parla lentamente, fa fatica ma vuole ricostruire tutto
nei minimi particolari. "Sentivo un dolore atroce. La mia
salvezza è stata quella di essermi aggrappato ad uno dei Carabinieri
che mi stava picchiando. Se fossi caduto a terra probabilmente
mi avrebbero massacrato". Calci e manganelli gli hanno procurato
un trauma cranico in due parti della testa: sette punti di
sutura. Diverse contusioni su tutto il corpo fanno da contorno
al linciaggio subito.
"Si
sono accaniti contro la mia mano che teneva stretta una delle
due macchine fotografiche. Sono riusciti a strapparmela, ma
non era quella con cui avevo fatto le ultime foto. Infatti
avevo una Leica sotto il braccio ed era lì che c'erano gli
ultimi scatti al ragazzo morto. Non l'avevano vista". Purtroppo
questo piccolo espediente non è servito a salvare il lavoro
del fotografo. "Il carabiniere al quale mi ero aggrappato
mi ha tirato fuori dalla mattanza e mi ha portato sugli scalini
della chiesa di piazza Alimenda. Pensavo che fosse finita".
E invece no. "Tira fuori quel rullino o te la facciamo vedere",
gli hanno urlato. Si erano accorti della sua Leica e per le
foto scattate poco prima non c'è stato niente da fare.
"Quando
sono riusciti a sfilare il rullino mi hanno lasciato e mi
sono potuto dirigere, barcollando, verso il centro della piazza
dove avevo visto un'ambulanza". A questo punto Eligio fa una
piccola pausa. "Devo ringraziare Yannis Kontos, fotografo
dell'agenzia Gamma, che mi ha soccorso". L'ambulanza parte
con a bordo il fotografo ma si ferma quasi immediatamente
davanti al cadavere. "Qualcuno ha aperto le porte e ho riconosciuto
il Carabiniere a cui ero aggrappato. E' entrato a volto scoperto,
mi ha chiesto scusa e cosa potesse fare per me. Gli ho detto
"vorrei riavere la macchina che mi avete strappato prima".
Il carabiniere è uscito ed è tornato poco dopo con ciò che
restava della mia Nikon".
Durante
il tragitto per l'ospedale l'ambulanza è stata fermata più
volte dalle forze dell'ordine. La mattina dopo due poliziotti
si sono presentati nella stanza dove era ricoverato Eligio
Paoni e hanno letto una lista di nomi qualificati come dimostranti,
tra cui anche quello del fotografo. "Fortunatamente avevo
ancora con me il pass e sono riuscito a farmi togliere dalla
lista". Sabato pomeriggio è stato dimesso dall'ospedale.
"Da dodici anni lavoro per Contrasto, sono stato in Bosnia
durante la guerra, mi hanno puntato un fucile alla testa in
Somalia, sono stato rapito da alcuni fondamentalisti islamici
e non ho mai provato un senso di terrore e intimidazione così
forte". "Oggi non ho paura di andare a fotografare qualche
conflitto in un paese sperduto: il rischio è calcolato. Oggi
ho paura di tornare a fotografare quelle che succede nelle
piazze e nelle strade del mio paese". Ormai è quasi un'ora
che stiamo al telefono e la sua richiesta più insistente è:
"fate qualche cosa, non fate che quanto accaduto cada nel
dimenticatoio". Sono quasi le due di pomeriggio. Verso le
otto di sera riceviamo un'altra sua telefonata: "Mi stanno
ricoverando un'altra volta. Ho avuto nausea e vertigini. Ci
sentiamo appena esco".
Tony
Capuozzo - giornalista del TG5
Una troupe del TG5 si trovava in piazza Alimonda quando è
stato ucciso Carlo Giuliani. Di seguito riportiamo la testimonianza
di Tony Capuozzo su come ha incontrato il fotografo dell'agenzia
Contrasto, Eligio Paoni.
"Ero in piazza con la troupe e avevamo appena girato delle
scene di quello che stava accadendo attorno al cadavere di
Carlo Giuliani. Ad un certo punto è arrivata un'ambulanza,
la prima ad accorrere sul luogo della tragedia, e ho scorto,
al suo interno, il volto di Eligio Paoni. Era una maschera
di sangue". "Le forze di polizia avevano ormai circondato
il cadavere e io volevo parlare con Eligio. Mi rivolgo ad
un funzionario di polizia chiedendogli di farmi raggiungere
l'ambulanza. Fortunatamente mi lascia passare a patto con
non porti con me la telecamera".
Tony Capuozzo è quindi riuscito a salire sull'ambulanza e
a verificare le condizioni di Eligio Paoni. "Era in evidente
stato di shock. Sembrava che fosse stato investito da una
macchina. Il sangue gli aveva coperto tutto il viso e continuava
a chiedere "Portatemi in ospedale". Non sapeva, però, che
si trovava sull'unica ambulanza accorsa sulla scena dell'omicidio.
I medici erano scesi e si stavano occupando del corpo di Carlo
Giuliani mentre Eligio continuava a perdere sangue. Ho preso
un numero di telefono che mi ha allungato e ho gridato "ma
lo volete portare via?". Purtroppo in quel momento non c'erano
altre ambulanze disponibili. Il tempo passava e Eligio era
lì. Ho chiamato quel numero che avevo tra le mani. Mi ha risposto
Contrasto, l'agenzia per cui lavora Paoni, e li ho rassicurati
sulle condizioni del loro fotografo. Ad un certo punto ho
visto arrivare un'altra ambulanza e quella di Eligio è potuta
ripartire. Sarà rimasta lì, davanti al cadavere di Giuliani,
per un quarto d'ora."
Alla fine di quest'inconsueta "ripresa" su quanto accaduto
a Eligio Paoni, Tony Capuozzo esprime alcune considerazioni
su cosa significava fare informazione a Genova. "La gente
aveva completamente perso la testa: chi poteva pensare che
il pestaggio di Eligio, dove le drammatiche scene dell'uccisione
e del corpo di Giuliani erano state riprese da fotografi,
cameraman e altri operatori dell'informazione ed erano subito
andate "in onda", potesse passare inosservato? E così in molti
altri casi. L'impressione che ho avuto è che per gli operatori
della televisione la vita fosse più difficile con i dimostranti
violenti: io stesso sono stato minacciato da uno dei capi
dei "Black block". Viceversa, per fotografi e cineoperatori
isolati i problemi maggiori provenivano dalle forze dell'ordine".
"Una sensazione sgradevole l'ho provata venerdì mattina, prima
che accadessero i disordini, davanti allo stadio Carlini,
dove erano accampate le "Tute bianche" e altri movimenti antagonisti.
All'ingresso della struttura veniva impedito alle telecamere
di entrare dentro e riprendere ciò che stava accadendo. La
motivazione a noi fornita dagli organizzatori era: "Non abbiamo
niente da nascondere". Quando uno inizia a pensare che i mezzi
d'informazione sono ostili si crea un brutto clima che non
giova a nessuno".
Da
La Repubblica (27/07/2001)
Il racconto di un giornalista inglese pestato durante il
blitz di sabato notte "Ho finto di essere morto continuavano
a picchiarmi"
di MARCO PREVE
GENOVA
- "Mai visto fare una trasfusione di un litro e mezzo di sangue
a una palla da football? Beh amico, quel pallone ce l'hai
davanti agli occhi". Un polmone bucato, qualche costola in
frantumi, un paio di denti in meno. Gli mancano un mucchio
di pezzi a Mark Covell, 33 anni giornalista inglese, ma non
il tradizionale "humour" della sua terra. Oggi può scherzare
ma l'incubo iniziato sabato notte è finito solo mercoledì
mattina, quando l'avvocato Filippo Guiglia gli ha comunicato
che il suo arresto non era stato convalidato.
Del resto sarebbe stato strano, visto che Mark a Genova non
ha partecipato a nessuna manifestazione. Racconta questo ed
altro dalla sua stanza del reparto di chirurgia toracica dell'ospedale
San Martino. Gli hanno diagnosticato un pneumotorace, ma di
nascosto dalle infermiere si fuma una sigaretta. D'altra parte,
a uno che i carabinieri che hanno preso a calci credevano
morto, un po' di catrame nei polmoni non fa più paura.
A lui, come a decine di altre persone di quel sabato cileno
una sola domanda: che cos'è successo? "E' successo che sono
diventato un 'human football', un pallone umano - risponde
-. Ero in mezzo alla strada, proprio davanti al cancello della
scuola Diaz, quando sono arrivate le camionette. E ci sono
rimasto intrappolato mentre i carabinieri chiudevano i due
lati della via. Quando ho visto un gruppo venirmi addosso,
ho mostrato la tessera da giornalista (è l'inviato di Indimedia
uk., un network on line di informazione alternativa con diverse
edizioni, compresa quella italiana, tra i più seguiti, ndr).
Mi hanno colpito subito con i manganelli. Poi uno con lo scudo
mi ha schiacciato contro il muro e l'altro mi ha riempito
di botte ai fianchi".
E' solo l'inizio del racconto che ieri pomeriggio Covell ha
ripetuto in diretta ai microfoni della Bbc. "Mi dicevano in
inglese - continua - 'you are blackblock, we kill blackblock'
(tu sei un black e noi ti uccidiamo). A quel punto sono caduto
mezzo svenuto e ho visto che il furgone stava sfondando il
cancello della scuola. Ero a terra e loro continuavano a prendermi
a calci. Correvano da una parte e mi mollavano un calcio.
E' lì che sono diventato un pallone". Sky, questo è il suo
soprannome, tira il fiato e aggiusta il tubicino del drenaggio.
Il sangue esce dal polmone e cola in un boccione.
"Pensavo che sarei morto e così ho fatto finta di esserlo
- prosegue il giornalista -. Un carabiniere è venuto a sentirmi
la vena del collo e poi altri due mi hanno trascinato dentro
la scuola, con gli altri. Menavano ancora. Mi ha salvato un
medico o un infermiere, tra i primi arrivati che ha detto
basta, basta e allora tutto è finito. Devo ringraziare quel
dottore, anzi lui e altri due del pronto soccorso".
Perché? "Perché ricordo - dice Mark Covell - che ero lì sulla
barella e la polizia voleva portarmi all'infermeria militare
(alla caserma di Bolzaneto, ndr). Ma due dottori si sono opposti,
uno in particolare, Paolo, e lo ringrazio davvero, forse sarei
morto".
Dopo? "Dopo niente - risponde il reporter britannico -. Sono
svenuto, credo, e mi sono svegliato il mattino. E sono stati
altri tre giorni duri. Stavo male e non mi facevano vedere
nessuno. Ho incontrato solo il console (Alan Reuter, console
generale di Milano, ndr)". La liberazione è arrivata mercoledì
mattina. Il giudice e l'avvocato stavano per iniziare l'interrogatorio
di convalida dell'arresto quando è arrivato un fax dal tribunale.
Un altro giudice aveva già deciso di non convalidare l'arresto
(ancor prima dell'interrogatorio) e Mark Covell è tornato
ad essere un cittadino libero, ferito, ma combattivo.
"Ho detto al console che farò denuncia - spiega - perché non
è possibile che una cosa del genere accada in un paese che
si dice democratico. Come hanno potuto accusarmi di essere
un Black Bloc. Io non ho nemmeno visto una manifestazione.
Sono stato sempre chiuso al terzo piano della scuola, dove
c'era il News Dispatch. Da lì aggiornavo il nostro sito con
le notizie che arrivavano dalle piazze e dalle strade. Non
pensavo andasse a finire così".
Da
La Repubblica 26/07/2001
Testimonianze dalla caserma "lager" di Bolzaneto
Di Anais Ginori
Alfonso
De Munno, fotografo free-lance di Roma, 26 anni. E' stato
fermato dalla polizia mentre scattava foto ad un gruppo di
Black Block. Arrestato è stato trasferito nella caserma di
Bolzaneto. Ha un piede fratturato, una costola incrinata,
il volto tumefatto, il corpo pieno di lividi. "Mi portano
a Bolzaneto verso le 16.30 di sabato. Sono stato già pestato
a sangue dalla Guardia di finanza mentre scattavo alcune foto
ai Black Block. Arrivo alla caserma in camionetta, assieme
ad una ventina di fermati. Ho le mani legate, lacci neri di
plastica, molto stretti. Il benvenuto: ci lanciano fuori dal
pullman e iniziano manganellate e insulti. "Perché non provi
a chiamare Bertinotti o il tuo amico Manu Chao?". La colonna
sonra dell'orrore è una cantilena, i celerini la sanno a memoria.
Adesso anch'io l'ho imparata, purtroppo: "un due tre viva
Pinochet, quattro cinque sei, a morte gli ebrei, sette otto
nove, il negretto non commuove".
Finisco nell'ultimo stanzone della caserma. Mi tocca una nuova
dose di calci e pugni. Rimango a terra, non posso più alzarmi:
ho il piede fratturato, la costola dolorante. Vedo uno spettacolo
dell'orrore: una ragazza svedese viene portata via per i capelli,
i celerini spengono le sigarette sulle mani di un francese.
Un ragazzo si fa la pipì addosso per la paura o perché non
ce la fa più. Nessuno di noi si può muovere. Un agente corpulento
entra nella stanza e inizia a massacrare un ragazzo perché
"l'ho visto in piazza che mi insultava". Pochi minuti dopo
passa un carabiniere che raccomanda ad altri due: "Quelli
della celere è meglio non farli entrare".
Ma il peggio inizia quando arriva la polizia penitenziaria:
non ho mai visto tanta violenza in vita mia. Si infilano i
guanti neri imbottiti e per un'ora non smettono di menare.
Continuo a sognare un tizio che viene sbattuto contro il muro
e lascia sulla parete un rigagnolo di sangue. Finalmente,
verso le quattro di mattina partiamo per il carcere di Alessandria.
Ancora qualche botta. Poi la pace, se di pace dopo l'inferno
si può parlare".
Alfonso è stato rilasciato lunedì sera. Né in caserma, né
a Bolzaneto ha potuto avere un referto medico. Sporgerà denuncia
per gravi lesioni volontarie. "Voglio un processo per ciò
che è successo a Bolzaneto - dice -. Deve essere qualcosa
di esemplare, di cui parlerà tutta l'Europa". Gli sono stati
"sequestrati" dodici rullini che aveva scattato prima del
"lager". Ma i ricordi sono indelebili. Dice: "Saprei riconoscere
tra mille i miei torturatori.
John
Elliott, Sunday Times
''Il mio errore è stato di arrampicarmi su un muro per avere
una visuale migliore della battaglia tra i manifestanti e
la polizia. Stavo osservando la scena infernale di un idrante
che schizzava acqua attraverso nubi di gas lacrimogeni quando
ho sentito un colpo forte dietro la testa. Ero stato colpito
da un manganello della polizia''. Inizia cosi' il drammatico
resoconto, pubblicato sul Sunday Times del 22 luglio, della
giornata di guerriglia vissuta dal giornalista inglese John
Elliott. Era partito da Dover, infiltrandosi in un gruppo
di antiglobalizzatori, per manifestare a Genova contro il
G8.
""Giornalista inglese"", ho gridato alle decine di poliziotti
che, in assetto antisommossa, stavano correndo verso di me
con un solo obiettivo - scrive Elliott - Mi girava la testa.
Dal poliziotto senza volto mi sono arrivate altre manganellate.
"Questo e' un errore. Si fermeranno presto", continuavo a
pensare. Non lo hanno fatto. Due poliziotti mi hanno trascinato
per terra, gridando in italiano e mi hanno colpito ancora.
Il mio casco da ciclista si è distrutto sotto i loro colpi.
Con i manganelli mi hanno colpito alla testa, alle braccia
e agli stinchi''.
Racconta ancora il giornalista inglese, ''mi hanno trascinato
sulle rotaie verso una cabina di manovra, dove mi hanno ordinato
di mettere la testa su una sbarra d'acciaio. Ho cercato di
obbedire, incapace di credere a quanto stava accadendo. In
preda a nuovi impulsi di violenza, hanno cominciato a prendermi
a calci alla testa, alla schiena e alle gambe. Deve essere
durato solo pochi minuti: ripetutamente, mi hanno buttato
a terra e mi hanno colpito di nuovo. Poi, ancora incredulo,
sono stato rimesso in piedi. I poliziotti facevano a turno
a urlarmi insulti, mentre uno mi ammanettava dietro la schiena
e mi costringeva a marciare lungo i binari verso la stazione''.
Paolo
di Giannantonio, giornalista e conduttore del TG1
"Era il primo pomeriggio di sabato 21 luglio. Con la troupe
del TG1 stavamo riprendendo un gruppo di manifestanti, probabilmente
dei "Black block", mentre salivano verso la circonvallazione
alta. Dall'alto, grazie a delle segnalazioni di amici di Genova,
abbiamo fermato le nostre moto e ci siamo messi a riprendere
delle macchine in fiamme. Stavo parlando con la redazione
quando ho visto arrivare un gruppo di "Black block" che aveva
scorto il mio accredito ufficiale. Purtroppo non ero riuscito
a nasconderlo. L'operatore, che si trovava a quindici metri
mi ha urlato per avvertirmi che mi stavano arrivando addosso.
Sono riuscito a mettere in moto ma in quel momento mi è arrivata
una sprangata sulla schiena. Per fortuna non sono caduto e
sono riuscito ad allontanarmi". "Venerdì pomeriggio, stavo
subendo un'altra aggressione - continua la testimonianza di
Di Giannantonio - da parte di alcuni manifestanti violenti.
Ma grazie al provvido intervento di Giovanna Botteri del T3
sono riuscito a scappare in tempo.
Mimmo
Frassinetti, fotografo dell'agenzia AGF di Roma.
"Sembravano impiegati del Comune, addetti all'arredo urbano
tale era la loro calma nel dare fuoco ad uno sportello del
Credito Italiano, disselciare pezzi di marciapiede e divellere
transenne". Mimmo Frassinetti, fotografo dell'AGF, è stato
aggredito dalle "tute nere". Dopo aver ricevuto due bastonate
sulla schiena è caduto a terra. Nell'impatto si è rotto l'apparecchio
fotografico che aveva al collo e l'altra attrezzatura, custodita
in una borsa, gli è stata portata via dagli aggressori. "Ancora
non riesco a crederci: la polizia era lì, a trenta metri,
e non ha impedito a questo gruppo di teppisti di fare le loro
"parate"".
Vittoriano
Rastelli, fotografo
Lettera scritta al Direttore de L'Unità (24/07/2001)
Caro Direttore,
mi chiamo Vittoriano Rastelli, ho 65 anni e da 50 giro il
mondo per fotografare gli avvenimenti raccontati dai giornali.
Ho fotografato, negli anni '50, gli scontri durante i 90 giorni
di sciopero dei portuali genovesi e, nel luglio del '60, i
tumulti di piazza che portarono alla caduta del governo Tambroni.
Ho fotografato l'inizio del '68 a Venezia. Sono stato in Algeria,
Kenya, Israele, Cecoslovacchia durante l'occupazione sovietica.
Ho assistito a tanta violenza nella mia vita, ma mai ho visto
forze dell'ordine brutali in modo inaudito come a Genova,
nei giorni scorsi. Mai ho visto poliziotti e carabinieri manganellare
e prendere a calci giovani inermi, seduti a torso nudo a terra
e del tutto disarmati. Polizia così oltraggiosa la ricordo
in Cile, ai tempi di Pinochet, in Africa durante la visita
del Papa.
Vittoriano Rastelli
Da
Il Corriere della Sera (21/07/2001)
"Ho sentito due colpi secchi poi mi hanno trascinata via"
Di Fiorenza Sarzanini
GENOVA
- Ero con i contestatori mentre dalla camionetta dei carabinieri
sono partiti due colpi di pistola. Ho visto Carlo Giuliani,
quel giovane con l'estintore in mano, avvicinarsi al fuoristrada
e poi cadere. Sono caduta anch'io, trenta metri più in là,
e i carabinieri hanno cominciato a picchiare. Un ragazzo che
era con me è stato ferito alla testa, aveva il sangue che
gli colava sugli occhi. Ma questo non li ha fermati. Ci colpivano
con i manganelli, tiravano calci, ci sbattevano gli scudi
in testa, urlavano "bastardi".
Accecati dai lacrimogeni, con la gola che bruciava, non ci
siamo accorti subito che per quel ragazzo dietro di noi non
c'era più niente da fare. Gli altri erano già andati via,
spaventati dagli spari che sono arrivati all'improvviso. Un
fazzoletto bagnato sulla bocca, il limone spremuto sugli occhi
per cercare di resistere a quel fumo che ti blocca il respiro
fino a stordirti: così si è cercato di fronteggiare le "cariche".
Confusa tra i No Global mi sono tolta la pettorina che identifica
i giornalisti per vedere quello che succedeva dall'altra parte
della barricata.
Alle 17.30, mentre il corteo delle "tute bianche" è bloccato
in via Tolemaide dallo sbarramento della polizia, i gruppi
più autonomi decidono di staccarsi e prendere una strada laterale
e arrivare in Zona Rossa. Imboccano via Caffa. E' un vicolo
chiuso dal fronte dei carabinieri. I ragazzi avanzano, loro
indietreggiano. Partono gli slogan e qualcuno comincia a urlare:
"Avanti avanti. Ce la facciamo". I carabinieri indietreggiano
ancora, incredibilmente non lanciano neanche una bomboletta.
Nessuno pensa che dietro di loro abbiano i mezzi d'appoggio,
che vogliano attirarli verso la piazza dove ci sono maggiori
vie di fuga. E così i giovani cominciano a correre, caricano.
Quando arrivano in piazza Alimonda scoppia l'inferno. La zona
è accerchiata, davanti ala chiesa ci sono due camionette.
Comincia la sassaiola dei contestatori. Alcuni hanno in mano
gli estintori e si avvicinano alle macchine gridando "Genova
libera". Poi partono all'assalto. Sembrano invasati. Sfondano
vetri, tirano calci. Giuliani è con loro, la faccia coperta
da un passamontagna. Comincia a sbattere l'estintore sulle
portiere, riesce a spaccare il finestrino. Dall'altra parte
alcuni ragazzi infilano spranghe e bastoni nell'auto. Dall'interno
i carabinieri cercano di proteggersi con gli scudi. La jeep
non può andare avanti perché bloccata da un cassonetto. All'improvviso
spunta una pistola e partono due colpi. Subito dopo vengono
tirati i lacrimogeni. Il fumo avvolge tutto, non si vede più
nulla. Nessuno si accorge che un ragazzo è stato ucciso. Resta
per terra in un lago di sangue, ma i suoi compagni sono già
lontani.
Io sono impietrita. Poi sento una mano afferrarmi il braccio
e un ragazzo mi trascina via. "Corri, corri veloce". Inciampa,
cade. Cado anch'io e lui mi è addosso. In un attimo i carabinieri
sono sopra di noi. Picchiano forte, urlano. Cerco di ripararmi
e intanto tiro fuori la pettorina che identifica i giornalisti.
Non serve a niente, ci prendono a calci. Lui ha due tagli
sugli occhi, il sangue gli impedisce di vedere. Siamo rimasti
soli. Dopo qualche minuto si avvicina un giovane che abita
lì. Chiama l'ambulanza ma anche questo è inutile. Passano
altri minuti ma sembrano secoli, poi arrivano i medici del
Gsf e ci portano va.
Ognuno va per conto suo, io torno su via Tolemaide. C'è la
polizia davanti a me, a questo punto sono dietro le camionette.
In fondo alla strada c'è un altro blocco dei reparti antisommossa.
Partono ancora lacrimogeni, mentre gli idranti spargono una
sostanza urticante. Sotto i portici ci sono almeno dieci giovani
per terra. Perdono sangue dalla testa, un ha preso una manganellata
in bocca. I manifestanti che sono nel servizio sanitario cercano
di aiutarli, poi cominciano ad arrivare le ambulanze. Mi siedo
per terra e in un attimo la polizia mi afferra e mi chiude
in un portone. Era già successo prima, molte ore prima.
Sono le 15.00. In testa al corteo delle "tute bianche", proprio
dietro gli scudi, sembra che tutto fili liscio. "Tranquilli,
aspettiamo che finiscano gli incidenti con gli anarchici e
poi ripartiamo", urlano nei megafoni i leader del movimento.
"E' presto, abbiamo tutto il tempo per noi", ripetono. In
realtà il loro tempo è già scaduto. La marcia della "disobbedienza
civile" si interrompe a cento metri dalla stazione di Brignole,
quando parte la prima carica. Il serpentone aveva percorso
poco meno di un chilometro dallo stadio Carlini, il punto
di partenza. Prime manganellate e un gruppo che si chiude
in un palazzo. Io sto con loro. Una ragazza è ferita. I suoi
amici chiudono il portone di vetro con un vaso. Temono che
la polizia voglia arrestarli. Poi si decide di uscire e entrare
nella mischia. Il corteo si è ormai sparpagliato, la zona
è circondata. Ovunque i contestatori cerchino di andare, vengono
"caricati". "Uniti, stiamo uniti", urlano i leader. Ma è del
tutto inutile. Partono nuovi lacrimogeni, i No Global rispondono
tirando sassi e bottiglie. "Acqua, limone", urlano i ragazzi
mentre si rovesciano i carrelli con le bottiglie di minerale
e i secchi con il bicarbonato che servono a fermare le lacrime.
Un'altra carica, questa volta dei contestatori, poi si arriva
al blindato dei carabinieri. Il mezzo viene incendiato, alcuni
giovani azionano gli estintori. La polizia risponde con gli
idranti. Dentro c'è una sostanza che fa bruciare la pelle,
i ragazzi sono costretti a tornare indietro.
Gli organizzatori e il "gruppo di contatto" formato dai parlamentari
di Verdi e Rifondazione Comunista decidono di provare a deviare
verso piazzale Kennedy. E' a questo punto che gli autonomi
si staccano. "Dobbiamo entrare in Zona Rossa - urlano - non
andiamo dall'altra parte". In realtà non vanno da nessuna
parte. Restano in trappola tra via Tolemaide e corso Gastaldi.
Girano in tondo, ma non riescono a forzare il blocco. Gli
scontri con la polizia e carabinieri ormai sono continui.
I contestatori hanno perso la testa e in ordine sparso attaccano
gli agenti. Avanti verso i blocchi e poi indietro di corsa
per sfuggire alla carica. La maggior parte sono italiani.
Con loro anche inglesi, tedeschi, spagnoli. "Hasta la victoria
siempre", gridano per darsi la carica. Ma guardando le loro
facce capisci che sanno di essere stati sconfitti. "Entreremo
in zona rossa, libereremo Genova", avevano giurato. Sono riusciti
a percorrere soltanto un chilometro e dietro di loro hanno
lasciato un morto. Un ragazzo di appena 23 anni esaltato da
una guerra che era persa in partenza.
Un
padre, famoso giornalista, racconta l'incubo del figlio, raccolto
all'uscita del carcere di Pavia, dopo essere stato arrestato
e pestato a sangue dai Carabinieri per aver cercato di filmare
i cortei di Genova.
Tratto da www.ilnuovo.it
"Mio
figlio, una maschera di sangue" di Gian Paolo Ormezzano
Un minuto dopo essere uscito dal carcere di Pavia, liberato
da un magistrato genovese che non ha creduto all'atto di accusa
stilato in fotocopia per tanti, resistenza e lesione a pubblico
ufficiale durante la contestazione al G8, e che non ha neppure
convalidato l'arresto, mio figlio ha disobbedito a me ed a
sua madre. Gli avevo chiesto di farmi vedere tutte le ferite
coperte dagli abiti, mi ha detto di no, dovevo "accontentarmi"
dello scempio visibilissimo sul viso, otto punti al sopracciglio,
un occhio circondato dal viola dell'ecchimosi e invaso dal
sangue, il labbro rotto, e della visione della schiena, piagata
dalle manganellate e dai colpi calati col calcio del fucile.
Oh, si vedevano anche i segni delle manette che gli erano
state strette troppo fortemente ai polsi, ma dire manette
è un errore, il termine tecnico è un altro che lui sa e io
no, sono specie di ceppi che segnano la carne. I pantaloni
scendevano perchè la cintura non c'era più, era stata sfilata
di brutto all'ingresso in cella, rompendo tutti i passanti,
e si vedeva qualcosa delle mutande piene di sangue. Però lui
non ci ha lasciato vedere tutto, non voleva farci del male
con quello "spettacolo". Erano le 19 di lunedì. Settantacinque
ore prima mio figlio, che ha 26 anni ed è creatura gentile,
tenera, prudente sino ad essere paurosetta, massima esplosione
di esuberanza fisica il tifo urlato e cantato per il suo e
mio Toro, aveva compiuto il grave errore di partire con amici
da una località di mare in provincia di Savona per andare
a Genova e filmare - lui che studia anche giornalismo televisivo
a Torino e mette insieme documentari assortiti - qualcosa
del Genoa Social Forum, della contestazione contro il G8.
Filmare e basta, cercando immagini di protesta corale e coreografica,
filmare accanto a un gruppo di vecchie signore che vendevano
magliette-ricordo. Una carica dura delle forze dell'ordine,
è la zona dove è stato appena ucciso quel ragazzo, le signore
alzano le mani, i suoi amici scappano, lui non può perchè
cercando di allontanarsi si inciampa, cade, resta in ginocchio,
a mani alzate. Gli piombano addosso, quelli delle forze dell'ordine,
e gli spaccano la telecamera e la faccia, gli tatuano la schiena,
gli martoriano tutto il corpo. Tanti vedono, nessuno può intervenire.
Se lo disputano come ricettacolo di colpi poliziotti e carabinieri:
ad un certo punto lui si trova con una mano nella manetta
di un agente, l'altra nella manetta di un carabiniere. Implora
una scelta, mica possono squartarlo. Se lo aggiudicano i carabinieri,
che lo portano via, gli dicono che un loro commilitone è stato
ucciso, in una caserma, questo sarà lo spunto per altri pestaggi,
stavolta specialmente con calci. C'è anche il passaggio in
un ospedale per una medicazione, fra medici sbalorditi, indignati.
Poi - ormai è notte - via su un torpedone verso il carcere
di Pavia, la cella di isolamento: la richiesta di poter orinare
prima del viaggio viene respinta con un pugno sul viso ferito
e invito al fachirismo o al farsela addosso, comunque unica
violenza fisica da parte della polizia penitenziaria. Poi
la prigione, senza ora d'aria, con poco cibo e l'acqua calda
del rubinetto. Passa tutto il sabato, passa tutta la domenica.
Tocca agli infermieri del carcere inorridire per le ferite
da medicare. Al lunedì mattina la decisione del magistrato,
sollecitato da un bravo avvocato che sa smontare le accuse
inventate sul verbale in fotocopia, come quella di detenere
uno scudo in plastica, vistoso e imbarazzante, ancorchè strumento
di difesa, non di offesa, ma inesistente, inventato. Fra la
decisione del magistrato e la scarcerazione passano sei ore
per le cosiddette pratiche burocratiche. Sei ore di vita libera
tolte ad un ragazzo pienamente scagionato. Sei ore di attesa
per noi nel forno davanti al carcere. E' uscito senza la telecamera
ed uno zainetto, spariti. Gli hanno ridato il telefonino,
lo aveva in tasca, è stato distrutto dalle manganellate. Ho
saputo venerdì nella notte, da una telefonata dei carabinieri,
che era in arresto e "stava benissimo". Non mi hannno detto
altro. Mi sono precipitato a Genova, comunque. Era l'alba
di sabato, telefonando ai carabinieri ho saputo che ero stato
stupido a mettermi in viaggio, chissà dove era mia figlio,
Mi hanno detto comunque di un avvocato di ufficio, nome e
cognome: ma al telefono c'era soltanto una voce meccanica.
Ho trovato aiuti da giornalisti amici, ho trovato un bravo
avvocato, la procura di Genova era aperta e collaborativa,
ho saputo del trasferimento a Pavia. Ho goduto della posizione
di giornalista per rintracciare qualche informazione, molta
solidarietà. Ed anche per essere allenato a come avrei visto
mio figlio: colleghi esperti mi hanno detto, sì, di prepararmi
a vederlo conciato male. Ma nonostante tutto da venerdì notte
alla fine della giornata di lunedì ho vissuto una situazione
da "Missing", il film americano sulla tragedia del Cile ma
anche sull'angoscia che ti prende quando sai poco o nulla
di una persona cara portata via, nella mio angosciata particolare
esperienza di immaginarti il figlio con le sue ferite, per
anestetizzarti all'impatto (non servirà a nulla, sarà comunque
una cosa tremenda). Un bravo magistrato ha interrogato, eseguito
riscontri, ascoltato testimonianze, e non ha creduto alle
accuse a mio figlio elencate in un verbale che pareva proprio
prestampato, eguale per tanti, ha creduto al racconto dolente
ed angosciato di un ragazzo nonostante tutto più stupito che
indignato, più sereno che dolente. Nella giornata passata
fuori dal carcere di Pavia ho parlato con tantissimi parenti
e amici di altri di quei provvisori desaparecidos. Ho visto
uscire dal carcere altri ragazzi coperti di ferite. Ho potuto
anche pensare che a mio figlio è andata bene, non è stato
colpito alla pancia, ha avuto un avvocato solerte, ha trovato
i suoi genitori fuori dal carcere ad aspettarlo, nei limiti
del possibile confortarlo. Una parlamentare che ha visitato
il carcere ha parlato a noi in attesa di ragazzi feriti, distrutti,
piangenti, brutalizzati direttamente dai colpi presi, indirettamente
dalla situazione kafkiana dell'isolamento. Lui mi ha detto
che le visite di parlamentari e consiglieri regionali sono
state un balsamo comunque, per quel poter parlare serenamente
di qualcosa con qualcuno, senza prendere colpi e ricevere
insulti (una bella - cioè orribile - antologia, quella delle
aggressioni verbali in pratica continue, l'ha messa per iscritto
quando in carcere ha avuto una penna e qualche foglio, c'è
davvero tutto per umiliare uno che patisce anche le parole).
Ho provato a chiedermi, da democratico assoluto, disperato,
se proprio non è possibile ad un cittadino filmare della sua
Italia, oltre che i monumenti e i tramonti e le feste di famiglia,
anche una manifestazione di protesta senza dover essere brutalizzato,
ridotto ad un manichino sanguinolento, sfregiato sul viso
per sempre, da forze dell'ordine violente con i deboli e impotenti
di fronte ai veri violenti, visibilissimi, colpibilissimi,
le tute nere, nella fattispecie di Genova. Cercherò di saperlo
per vie legali, confido nella legge. Mio figlio mi ha detto
- spero perchè ferito ed umiliato, non perchè definitivamente
portato ad una scelta - che rinuncia agli ideali. Ma non ci
credo. E comunque ha rifornito di ideali me.
Dichiarazione
del ministro della Comunicazione, Maurizio Gasparri
In una conferenza stampa indetta mercoledì 25 luglio dalla
Federazione nazionale della stampa su quanto accaduto a Genova,
il ministro della Comunicazione, On. Maurizio Gasparri (Alleanza
Nazionale), ha rilasciato la seguente dichiarazione: "Fare
il giornalista in condizioni estreme è rischioso. E Genova
era una di queste. Nelle situazioni di crisi bisogna andarci
preparati come si va preparati quando si parte per un'area
di conflitto. Ovviamente se ci sono torti bisogna denunciarli".
Sergio
Cecchini
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