FOTO&REPORTAGE - Genova 2001

Genova, informazione sotto tiro
(26 luglio 2001)
Di Sergio Cecchini

"Dopo quello che mi è successo a Genova provo un grande senso di paura, di terrore a tornare a fare il mio lavoro in Italia. Una sensazione simile non ricordo di averla mai provata neanche quando mi hanno puntato un mitra alla testa in Somalia" (Testimonianza rilasciata a RSF Italia da Eligio Paoni (nella foto a sinistra), fotografo dell'agenzia Contrasto, prima di essere nuovamente ricoverato, il 24 luglio, per un trauma cranico procuratogli dalle forze dell'ordine, mentre fotografava il cadavere di Carlo Giuliani).

Almeno sedici giornalisti feriti, il centro stampa del Genova Social Forum devastato, arresti, materiale sequestrato, minacce : RSF denuncia le violenze senza precedenti commesse contro il mondo dell'informazione

In una lettera indirizzata al Presidente del consiglio, Silvio Berlusconi, e al ministro dell'Interno, Claudio Scajola, Reporters Sans Frontières (RSF) ha espresso la sua indignazione in seguito alle violenze di cui sono stati vittime i mezzi d'informazione a Genova, il 21 e il 22 luglio, durante gli scontri di piazza.

"Quello che è successo a Genova è senza precedenti. Alcune azioni di polizia, di una violenza inaudita, sono state pianificate e condotte all'interno di edifici dove i manifestanti e la stampa si riposavano e lavoravano lontano dagli scontri" ha dichiarato Robert Ménard, segretario generale di RSF. "La violenza efferata, la devastazione del centro stampa, il sequestro dei materiali e delle immagini possono essere stati autorizzati dal ministro dell'Interno e dal Presidente del Consiglio? RSF chiede l'apertura immediata di un'inchiesta e una rapida individuazione delle responsabilità" ha aggiunto Ménard.

Secondo le informazioni raccolte da RSF, presente a Genova, la polizia ha perquisito con la forza, nella notte tra sabato 21 e domenica 22 luglio 2001, i due edifici in cui erano ospitate le associazioni anti-globalizzazione e Indymedia, rete di mezzi d'informazioni indipendenti, messi a disposizione dal Comune di Genova. I corrispondenti del quotidiano italiano Il Manifesto, della rivista Carta, di radio GAP, e altri giornalisti lavoravano nel centro stampa allestito in questi locali. Secondo diverse testimonianze, l'irruzione della polizia è stata estremamente violenta e sono stati evacuati numerosi feriti. Il materiale informatico è stato sequestrato e, in alcuni casi, distrutto. Sono state confiscate quindici macchine fotografiche. Questo blitz ha visto il coinvolgimento di numerose unità di polizia e di alcuni elicotteri.

Un giornalista inglese, Mark Covell, collaboratore di Indymedia, è stato gravemente ferito dalle forze di polizia durante l'irruzione. E' stato per molto tempo in fin di vita. Almeno altri quindici tra giornalisti, fotografi e cineoperatori sono stati seriamente feriti dalle forze dell'ordine e dai Black blocs. Domenico Affinito, giornalista del circuito radiofonico CNR e membro del consiglio direttivo di RSF Italia è stato percosso dalla polizia. Lorenzo Guadagnucci, giornalista del quotidiano bolognese Il Resto del Carlino, è stato ferito e arrestato durante il blitz contro il centro stampa. E' stato ricoverato con un braccio fratturato e una ferita alla testa. Massimo Alberti, giornalista di Radio Onda d'Urto e di Radio GAP è stato malmenato dalla polizia. I suoi occhiali si sono rotti procurandogli numerose ferite al volto. E' stato guardato a vista per diverse ore senza ricevere cure mediche. Il giornalista Enrico Fletzer, di Radio K di Bologna, è stato ferito dalla polizia. Sonia Fedi, cameraman esterna di una troupe Mediaset, è stata aggredita da un gruppo di dimostranti appartenenti ai Black blocs. E' stata ricoverata per una frattura della gamba. Kerstin Wagenschein, giornalista tedesco del quotidiano Junge Welt di Berlino è stato arrestato e detenuto nel carcere di Voghera (a nord di Genova), fino a giovedì 26 luglio.

Domenica 22 luglio, quattro giornalisti hanno firmato una deposizione davanti al magistrato Francesco Pinto per testimoniare delle violenze perpetrate dalla polizia durante il blitz notturno al centro stampa del GSF: il giornalista Luca Tomassini dell'agenzia Digipress, l'operatore francese Philippe Blanchard, il presidente dell'Ordine dei Giornalisti della Liguria Attilio Lugli e il segretario dell'Associazione dei giornalisti liguri Marcello Zipola.

RSF ha inoltre lanciato un appello per raccogliere testimonianze su quanto accaduto a Genova e annunciato il prossimo invio di una missione d'inchiesta in Italia. RSF chiederà di essere ricevuta dal Presidente del Consiglio italiano e dal ministro dell'Interno.

Una breve ricostruzione cronologica

Genova, 21 luglio 2001
Foto di Sergio Cecchini

Venerdì 20 luglio, giorno di inaugurazione del G8
In mattinata un gruppo di Black blocs colpisce una moto su cui viaggiavano Tito Mangiante, cameraman free-lance, ed Elio Felice, giornalista della redazione ligure del T3. Tito Mangiate ha riportato la frattura della gamba (60 giorni di prognosi) e Elio Felice una costola incrinata. Guido Benvenuto, cameraman sempre del T3, viene anche lui buttato già dalla moto dalle "tute nere".
Intorno alle 12.20 Pigi Cipelli, fotoreporter freelance milanese che si trovava in via Torino, viene ferito da una manganellata di un agente della polizia. Il fotografo ha raccontato di essere stato colpito mentre fotografava la carica di una decina di poliziotti contro alcuni manifestanti che avevano lanciato delle pietre. Cipelli era vicino ad un ragazzo che stava riprendendo con una piccola cinepresa. Un gruppo di agenti ( tre o quattro) ad un tratto si è diretto verso di loro. In un primo momento è stato "manganellato" solo il ragazzo perché Cipelli , vedendo arrivare gli agenti, ha alzato le mani dichiarandosi giornalista. Qualche attimo dopo però uno degli agenti lo ha centrato duramente alla testa. Il referto medico stilato poco dopo dall'ospedale San Martino è di 8 giorni: 5 punti di sutura alla testa. Cipelli ha specificato che in quel momento non aveva esposto il pass dell'accredito ufficiale per evitare guai con alcune "tute nere" che stava seguendo. Cipelli ha anche riferito che circa dieci minuti prima del suo ferimento, era riuscito a sottrarsi ad un assalto di dimostranti che avevano invece cercato di strappargli le macchine fotografiche.
Intorno alle 14, quando da un'ora sono in corso scontri in via Torino e corso Buenos Aires tra estremisti e forze della polizia, il corteo delle tute bianche arriva in zona scendendo lungo via Tolemaide. L'intenzione annunciata è quella di arrivare al limite della zona rossa, cercare di sfondarla, ma senza ingaggiare una violenta guerriglia con carabinieri e polizia. Un'azione dura, ma dimostrativa. Alla testa del corteo, insieme ad altri, c'è il giornalista Marco Persico, collaboratore di Agr (agenzia radiofonica italiana). Si trova lì con una troupe indipendente per documentare la manifestazione delle tute bianche. La polizia carica all'improvviso e, insieme agli estremisti, investe la testa del corteo che sta sopraggiungendo e che, fino a quel momento, non era stato coinvolto negli scontri.
Molti vengono picchiati, ammanettati e caricati sulle camionette. Tra di loro c'è anche Marco Persico.

Genova, 20 luglio 2001
Foto di Sergio Cecchini


Il giornalista, inutilmente qualificatosi agli agenti, viene buttato a terra, malmenato, ammanettato, preso per i capelli e sbattuto su una camionetta. Al momento del fermo indossa un paio di pantaloni, una camicia, una giacca e ha in mano un registratore: anche visivamente, quindi, non può essere scambiato con uno dei teppisti che fino a pochi minuti prima lanciavano sassi e incendiavano cassonetti della spazzatura. Gli agenti gli distruggono il registratore e il telefonino.
Persico è picchiato anche durante il tragitto verso la caserma della polizia a Genova Bolzaneto. Qui è sistemato, insieme ad altri in una cella, dove rimarrà fino al momento del rilascio, alle 21.30. Gli agenti lo obbligano a stare in piedi con la testa appoggiata al muro. Per chiunque se ne distacchi la punizione è unica: una testata contro la parete. In quelle sette ore e mezza gli agenti sputano più volte addosso al giornalista, lo picchiano e lo insultano. Le frasi sono del tipo "Vi ammazzeremo tutti senza pietà" o "Luridi pezzi di merda" o ancora, rivolto alle donne fermate, "Vi stupreremo tutte come in Bosnia".
Quando Marco Persico è rilasciato, senza che la Questura dia informazioni ai suoi colleghi o al padre che lo cercano, è in stato di shock. Dopo una visita in ospedale, i medici gli riscontrano un trauma cranico non commotivo, escoriazioni ed ematomi guaribili in 15 giorni.

Nel pomeriggio il giornalista spagnolo Jonas Santiago Neches Nuoevos, della Aragon Press, regolarmente accreditato al G8, è picchiato selvaggiamente e si vede sequestrata la macchina fotografica mentre sta immortalando alcuni poliziotti che malmenano un ragazzo.
Sempre nel pomeriggio, testimone il fotografo Carlo Cerchioli dell'agenzia Grazia Neri, due fotogiornalisti francesi che si trovavano in corso Buenos Aires sono stati "accecati" da un agente di polizia che, intenzionalmente, ha loro spruzzato dello spray urticante sul volto. Dopo l'episodio i due fotografi sono rimasti per diversi minuti senza poter vedere nulla. Il fotografo francese Jeerome Delai dell'Associated Press è stato "sprangato" da alcuni manifestanti nei pressi del luogo dell'uccisione di Carlo Giuliani. Ha riportato la frattura di due costole.

Eligio Paoni, fotografo dell'agenzia Contrasto, viene ricoverato d'urgenza per un trauma cranico causato dalle percosse della polizia.
Roberto Bobbio, fotografo del Secolo XIX, viene percosso dalla polizia. La prognosi è di 10 giorni.
Yannis Kontos, fotografo dell'agenzia Gamma, riceve due manganellate dalla polizia. Gli verranno confiscate 20 pellicole. Mimmo Frassinetti, fotografo dell'agenzia AGF, viene bastonato dalle "tute nere" che gli portano via l'attrezzatura.

Sabato 21 luglio

Genova, 21 luglio 2001
Foto di Sergio Cecchini


Ore 17.00 Dopo la carica della polizia, che per oltre mezz'ora è rimasta a guardare la devastazione compiuta dagli estremisti in piazza Kennedy (che rompono vetrine e danno fuoco a due banche ed alcune auto), il giornalista Domenico Affinito (membro del consiglio direttivo di Reporter senza frontiere) e una corrispondente locale del Corriere della Sera, si rifugiano in via San Piero della Foce, parallela alla zona degli scontri, per sfuggire ai lacrimogeni lanciati dalla polizia. Mentre si trovano appoggiati al muro di un palazzo arrivano una squadra di poliziotti e una di finanzieri. Questi ultimi si avventano sui due giornalisti, che esibivano addosso il pass ufficiale del G8 e, nonostante i due colleghi si qualifichino urlando nome, cognome e professione, gli agenti prendono a manganellarli. La corrispondente del Corriere viene colpita due volte alla testa e Domenico Affinito al gomito e alla mano.

Genova, 21 luglio 2001
Luciano del Castillo, fotografo dell'Ansa viene soccorso da alcuni suoi colleghi
Foto di Sergio Cecchini

Sempre alla stessa ora, davanti al tunnel vicino alla stazione di Brignole, il fotografo dell'Ansa Luciano del Castillo (foto a a sinistra) cade a terra raggiunto dall'acido spruzzatogli in faccia da un poliziotto. Alla scena assistono Gérard Juline dell'Agence France Presse e Sergio Cecchini di RSF Italia.
Un gruppo di Black blocs aggredisce una troupe della televisione giapponese JTV, fracassando la telecamera dell'operatore.
In piazza Manin, JJ. de Heer, giornalista-cameraman freelance olandese, è stato picchiato e ferito dalla polizia, che gli ha anche distrutto la videocamera. Il fatto è avvenuto mentre il giornalista stava documentando una carica della polizia contro un gruppo di manifestanti pacifici. JJ. de Heer ha tentato di qualificarsi esibendo il pass ufficiale del G8 e la sua tessera professionale, ma i poliziotti lo hanno egualmente aggredito e malmenato. JJ.de Heer è stato colpito, oltre che in più parti del corpo, anche in pieno volto. L'episodio è stato denunciato dal Sindacato olandese dei giornalisti.
Timothy Fadek ,dell'agenzia fotografica francese Gamma è stato gettato a terra e ripetutamente picchiato dalle forze dell'ordine.
Sam Cole, della Associated Press Television News - come ha denunciato dagli Usa il Committee to Protect Journalists (CPJ) - ferito alla testa dalle manganellate della polizia.

Domenica 22 luglio, ore 00.30
Durante il blitz notturno nella scuola Pascoli, in via Cesare Battisti, data dalla Provincia al Genoa Social Forum come centro di accoglienza e centro stampa, gli agenti picchiano gravemente una serie di giornalisti. Un giornalista inglese di Uk.Media è ricoverato in ospedale con le costole rotte e un polmone fratturato (sarà operato d'urgenza in nottata), il giornalista inglese Mark Covell di Indymedia arriva in ospedale in coma con un ematoma al cervello. La troupe di Independent Media Switzerland racconta di essere stata picchiata e della distruzione del materiale tecnico e delle cassette contenenti le immagini girate nella giornata. Durante lo stesso blitz gli agenti picchiano il giornalista John Elliot, inviato del domenicale britannico "Sunday Times", e Lorenzo Guadagnucci de "Il Resto del Carlino". Quest'ultimo è stato ricoverato in ospedale con una brutta ferita al braccio e si trova in stato di arresto per associazione a delinquere finalizzata all'eversione, accusa che la polizia muove a tutte le persone arrestate durante il blitz notturno.
Sempre nel blitz notturno, la troupe di Independent Media Switzerland è stata picchiata dalla polizia, con distruzione del materiale "girato".

Questi i fatti più gravi, senza contare i lacrimogeni sparati ad altezza d'uomo contro giornalisti e fotografi, gli insulti e le minacce continue che molti giornalisti hanno subito in quei giorni. Frasi del tipo "Se non la smetti di fotografare" o "Giornalista di merda" e molte altre, non si sono nemmeno contate.

Le testiomnianze

Eligio Paoni, fotogiornalista dell' Agenzia Contrasto accreditato ufficialmente al G8, è stato ferito venerdì 20 luglio durante le manifestazioni di Genova.
Secondo la sua testimonianza e quella di giornalisti della stampa italiana ed estera, Eligio Paoni è stato colpito gravemente e ripetutamente dalle forze dell'ordine mentre svolgeva il suo lavoro di documentazione. Ricoverato d'urgenza all'ospedale veniva sottoposto a Tac e lastre per fratture varie e trauma cranico.
Di seguito riportiamo la testimonianza che Eligio Paoni ha rilasciato a Reporter Senza Frontiere poco prima di essere nuovamente ricoverato. "Perché picchiano me se c'è un morto a terra?" E' questa la domanda che il fotografo dell'agenzia Contrasto si poneva mentre veniva ripetutamente colpito dai manganelli della polizia. Erano da poco passate le 17.30 quando Eligio Paoni, mentre scattava alcune foto del cadavere di Carlo Giuliani, è stato caricato dalle forze dell'ordine. "Avevo fatto un passo per fotografare il corpo in primo piano e le forze dell'ordine sullo sfondo quando ho visto che si stavano riorganizzando. Immediatamente ho alzato il pass ufficiale e ho detto "sono un giornalista". Mi sono saltati addosso e hanno iniziato a colpirmi in testa e su tutto il corpo". Eligio parla lentamente, fa fatica ma vuole ricostruire tutto nei minimi particolari. "Sentivo un dolore atroce. La mia salvezza è stata quella di essermi aggrappato ad uno dei Carabinieri che mi stava picchiando. Se fossi caduto a terra probabilmente mi avrebbero massacrato". Calci e manganelli gli hanno procurato un trauma cranico in due parti della testa: sette punti di sutura. Diverse contusioni su tutto il corpo fanno da contorno al linciaggio subito.
"Si sono accaniti contro la mia mano che teneva stretta una delle due macchine fotografiche. Sono riusciti a strapparmela, ma non era quella con cui avevo fatto le ultime foto. Infatti avevo una Leica sotto il braccio ed era lì che c'erano gli ultimi scatti al ragazzo morto. Non l'avevano vista". Purtroppo questo piccolo espediente non è servito a salvare il lavoro del fotografo. "Il carabiniere al quale mi ero aggrappato mi ha tirato fuori dalla mattanza e mi ha portato sugli scalini della chiesa di piazza Alimenda. Pensavo che fosse finita". E invece no. "Tira fuori quel rullino o te la facciamo vedere", gli hanno urlato. Si erano accorti della sua Leica e per le foto scattate poco prima non c'è stato niente da fare.
"Quando sono riusciti a sfilare il rullino mi hanno lasciato e mi sono potuto dirigere, barcollando, verso il centro della piazza dove avevo visto un'ambulanza". A questo punto Eligio fa una piccola pausa. "Devo ringraziare Yannis Kontos, fotografo dell'agenzia Gamma, che mi ha soccorso". L'ambulanza parte con a bordo il fotografo ma si ferma quasi immediatamente davanti al cadavere. "Qualcuno ha aperto le porte e ho riconosciuto il Carabiniere a cui ero aggrappato. E' entrato a volto scoperto, mi ha chiesto scusa e cosa potesse fare per me. Gli ho detto "vorrei riavere la macchina che mi avete strappato prima". Il carabiniere è uscito ed è tornato poco dopo con ciò che restava della mia Nikon".
Durante il tragitto per l'ospedale l'ambulanza è stata fermata più volte dalle forze dell'ordine. La mattina dopo due poliziotti si sono presentati nella stanza dove era ricoverato Eligio Paoni e hanno letto una lista di nomi qualificati come dimostranti, tra cui anche quello del fotografo. "Fortunatamente avevo ancora con me il pass e sono riuscito a farmi togliere dalla lista". Sabato pomeriggio è stato dimesso dall'ospedale.
"Da dodici anni lavoro per Contrasto, sono stato in Bosnia durante la guerra, mi hanno puntato un fucile alla testa in Somalia, sono stato rapito da alcuni fondamentalisti islamici e non ho mai provato un senso di terrore e intimidazione così forte". "Oggi non ho paura di andare a fotografare qualche conflitto in un paese sperduto: il rischio è calcolato. Oggi ho paura di tornare a fotografare quelle che succede nelle piazze e nelle strade del mio paese". Ormai è quasi un'ora che stiamo al telefono e la sua richiesta più insistente è: "fate qualche cosa, non fate che quanto accaduto cada nel dimenticatoio". Sono quasi le due di pomeriggio. Verso le otto di sera riceviamo un'altra sua telefonata: "Mi stanno ricoverando un'altra volta. Ho avuto nausea e vertigini. Ci sentiamo appena esco".

Tony Capuozzo - giornalista del TG5
Una troupe del TG5 si trovava in piazza Alimonda quando è stato ucciso Carlo Giuliani. Di seguito riportiamo la testimonianza di Tony Capuozzo su come ha incontrato il fotografo dell'agenzia Contrasto, Eligio Paoni.
"Ero in piazza con la troupe e avevamo appena girato delle scene di quello che stava accadendo attorno al cadavere di Carlo Giuliani. Ad un certo punto è arrivata un'ambulanza, la prima ad accorrere sul luogo della tragedia, e ho scorto, al suo interno, il volto di Eligio Paoni. Era una maschera di sangue". "Le forze di polizia avevano ormai circondato il cadavere e io volevo parlare con Eligio. Mi rivolgo ad un funzionario di polizia chiedendogli di farmi raggiungere l'ambulanza. Fortunatamente mi lascia passare a patto con non porti con me la telecamera".
Tony Capuozzo è quindi riuscito a salire sull'ambulanza e a verificare le condizioni di Eligio Paoni. "Era in evidente stato di shock. Sembrava che fosse stato investito da una macchina. Il sangue gli aveva coperto tutto il viso e continuava a chiedere "Portatemi in ospedale". Non sapeva, però, che si trovava sull'unica ambulanza accorsa sulla scena dell'omicidio. I medici erano scesi e si stavano occupando del corpo di Carlo Giuliani mentre Eligio continuava a perdere sangue. Ho preso un numero di telefono che mi ha allungato e ho gridato "ma lo volete portare via?". Purtroppo in quel momento non c'erano altre ambulanze disponibili. Il tempo passava e Eligio era lì. Ho chiamato quel numero che avevo tra le mani. Mi ha risposto Contrasto, l'agenzia per cui lavora Paoni, e li ho rassicurati sulle condizioni del loro fotografo. Ad un certo punto ho visto arrivare un'altra ambulanza e quella di Eligio è potuta ripartire. Sarà rimasta lì, davanti al cadavere di Giuliani, per un quarto d'ora."
Alla fine di quest'inconsueta "ripresa" su quanto accaduto a Eligio Paoni, Tony Capuozzo esprime alcune considerazioni su cosa significava fare informazione a Genova. "La gente aveva completamente perso la testa: chi poteva pensare che il pestaggio di Eligio, dove le drammatiche scene dell'uccisione e del corpo di Giuliani erano state riprese da fotografi, cameraman e altri operatori dell'informazione ed erano subito andate "in onda", potesse passare inosservato? E così in molti altri casi. L'impressione che ho avuto è che per gli operatori della televisione la vita fosse più difficile con i dimostranti violenti: io stesso sono stato minacciato da uno dei capi dei "Black block". Viceversa, per fotografi e cineoperatori isolati i problemi maggiori provenivano dalle forze dell'ordine". "Una sensazione sgradevole l'ho provata venerdì mattina, prima che accadessero i disordini, davanti allo stadio Carlini, dove erano accampate le "Tute bianche" e altri movimenti antagonisti. All'ingresso della struttura veniva impedito alle telecamere di entrare dentro e riprendere ciò che stava accadendo. La motivazione a noi fornita dagli organizzatori era: "Non abbiamo niente da nascondere". Quando uno inizia a pensare che i mezzi d'informazione sono ostili si crea un brutto clima che non giova a nessuno".

Da La Repubblica (27/07/2001)
Il racconto di un giornalista inglese pestato durante il blitz di sabato notte "Ho finto di essere morto continuavano a picchiarmi"
di MARCO PREVE

GENOVA - "Mai visto fare una trasfusione di un litro e mezzo di sangue a una palla da football? Beh amico, quel pallone ce l'hai davanti agli occhi". Un polmone bucato, qualche costola in frantumi, un paio di denti in meno. Gli mancano un mucchio di pezzi a Mark Covell, 33 anni giornalista inglese, ma non il tradizionale "humour" della sua terra. Oggi può scherzare ma l'incubo iniziato sabato notte è finito solo mercoledì mattina, quando l'avvocato Filippo Guiglia gli ha comunicato che il suo arresto non era stato convalidato.
Del resto sarebbe stato strano, visto che Mark a Genova non ha partecipato a nessuna manifestazione. Racconta questo ed altro dalla sua stanza del reparto di chirurgia toracica dell'ospedale San Martino. Gli hanno diagnosticato un pneumotorace, ma di nascosto dalle infermiere si fuma una sigaretta. D'altra parte, a uno che i carabinieri che hanno preso a calci credevano morto, un po' di catrame nei polmoni non fa più paura.
A lui, come a decine di altre persone di quel sabato cileno una sola domanda: che cos'è successo? "E' successo che sono diventato un 'human football', un pallone umano - risponde -. Ero in mezzo alla strada, proprio davanti al cancello della scuola Diaz, quando sono arrivate le camionette. E ci sono rimasto intrappolato mentre i carabinieri chiudevano i due lati della via. Quando ho visto un gruppo venirmi addosso, ho mostrato la tessera da giornalista (è l'inviato di Indimedia uk., un network on line di informazione alternativa con diverse edizioni, compresa quella italiana, tra i più seguiti, ndr). Mi hanno colpito subito con i manganelli. Poi uno con lo scudo mi ha schiacciato contro il muro e l'altro mi ha riempito di botte ai fianchi".
E' solo l'inizio del racconto che ieri pomeriggio Covell ha ripetuto in diretta ai microfoni della Bbc. "Mi dicevano in inglese - continua - 'you are blackblock, we kill blackblock' (tu sei un black e noi ti uccidiamo). A quel punto sono caduto mezzo svenuto e ho visto che il furgone stava sfondando il cancello della scuola. Ero a terra e loro continuavano a prendermi a calci. Correvano da una parte e mi mollavano un calcio. E' lì che sono diventato un pallone". Sky, questo è il suo soprannome, tira il fiato e aggiusta il tubicino del drenaggio. Il sangue esce dal polmone e cola in un boccione.
"Pensavo che sarei morto e così ho fatto finta di esserlo - prosegue il giornalista -. Un carabiniere è venuto a sentirmi la vena del collo e poi altri due mi hanno trascinato dentro la scuola, con gli altri. Menavano ancora. Mi ha salvato un medico o un infermiere, tra i primi arrivati che ha detto basta, basta e allora tutto è finito. Devo ringraziare quel dottore, anzi lui e altri due del pronto soccorso".
Perché? "Perché ricordo - dice Mark Covell - che ero lì sulla barella e la polizia voleva portarmi all'infermeria militare (alla caserma di Bolzaneto, ndr). Ma due dottori si sono opposti, uno in particolare, Paolo, e lo ringrazio davvero, forse sarei morto".
Dopo? "Dopo niente - risponde il reporter britannico -. Sono svenuto, credo, e mi sono svegliato il mattino. E sono stati altri tre giorni duri. Stavo male e non mi facevano vedere nessuno. Ho incontrato solo il console (Alan Reuter, console generale di Milano, ndr)". La liberazione è arrivata mercoledì mattina. Il giudice e l'avvocato stavano per iniziare l'interrogatorio di convalida dell'arresto quando è arrivato un fax dal tribunale. Un altro giudice aveva già deciso di non convalidare l'arresto (ancor prima dell'interrogatorio) e Mark Covell è tornato ad essere un cittadino libero, ferito, ma combattivo.
"Ho detto al console che farò denuncia - spiega - perché non è possibile che una cosa del genere accada in un paese che si dice democratico. Come hanno potuto accusarmi di essere un Black Bloc. Io non ho nemmeno visto una manifestazione. Sono stato sempre chiuso al terzo piano della scuola, dove c'era il News Dispatch. Da lì aggiornavo il nostro sito con le notizie che arrivavano dalle piazze e dalle strade. Non pensavo andasse a finire così".

Da La Repubblica 26/07/2001
Testimonianze dalla caserma "lager" di Bolzaneto

Di Anais Ginori

Alfonso De Munno, fotografo free-lance di Roma, 26 anni. E' stato fermato dalla polizia mentre scattava foto ad un gruppo di Black Block. Arrestato è stato trasferito nella caserma di Bolzaneto. Ha un piede fratturato, una costola incrinata, il volto tumefatto, il corpo pieno di lividi. "Mi portano a Bolzaneto verso le 16.30 di sabato. Sono stato già pestato a sangue dalla Guardia di finanza mentre scattavo alcune foto ai Black Block. Arrivo alla caserma in camionetta, assieme ad una ventina di fermati. Ho le mani legate, lacci neri di plastica, molto stretti. Il benvenuto: ci lanciano fuori dal pullman e iniziano manganellate e insulti. "Perché non provi a chiamare Bertinotti o il tuo amico Manu Chao?". La colonna sonra dell'orrore è una cantilena, i celerini la sanno a memoria. Adesso anch'io l'ho imparata, purtroppo: "un due tre viva Pinochet, quattro cinque sei, a morte gli ebrei, sette otto nove, il negretto non commuove".
Finisco nell'ultimo stanzone della caserma. Mi tocca una nuova dose di calci e pugni. Rimango a terra, non posso più alzarmi: ho il piede fratturato, la costola dolorante. Vedo uno spettacolo dell'orrore: una ragazza svedese viene portata via per i capelli, i celerini spengono le sigarette sulle mani di un francese. Un ragazzo si fa la pipì addosso per la paura o perché non ce la fa più. Nessuno di noi si può muovere. Un agente corpulento entra nella stanza e inizia a massacrare un ragazzo perché "l'ho visto in piazza che mi insultava". Pochi minuti dopo passa un carabiniere che raccomanda ad altri due: "Quelli della celere è meglio non farli entrare".
Ma il peggio inizia quando arriva la polizia penitenziaria: non ho mai visto tanta violenza in vita mia. Si infilano i guanti neri imbottiti e per un'ora non smettono di menare. Continuo a sognare un tizio che viene sbattuto contro il muro e lascia sulla parete un rigagnolo di sangue. Finalmente, verso le quattro di mattina partiamo per il carcere di Alessandria. Ancora qualche botta. Poi la pace, se di pace dopo l'inferno si può parlare".
Alfonso è stato rilasciato lunedì sera. Né in caserma, né a Bolzaneto ha potuto avere un referto medico. Sporgerà denuncia per gravi lesioni volontarie. "Voglio un processo per ciò che è successo a Bolzaneto - dice -. Deve essere qualcosa di esemplare, di cui parlerà tutta l'Europa". Gli sono stati "sequestrati" dodici rullini che aveva scattato prima del "lager". Ma i ricordi sono indelebili. Dice: "Saprei riconoscere tra mille i miei torturatori.

John Elliott, Sunday Times
''Il mio errore è stato di arrampicarmi su un muro per avere una visuale migliore della battaglia tra i manifestanti e la polizia. Stavo osservando la scena infernale di un idrante che schizzava acqua attraverso nubi di gas lacrimogeni quando ho sentito un colpo forte dietro la testa. Ero stato colpito da un manganello della polizia''. Inizia cosi' il drammatico resoconto, pubblicato sul Sunday Times del 22 luglio, della giornata di guerriglia vissuta dal giornalista inglese John Elliott. Era partito da Dover, infiltrandosi in un gruppo di antiglobalizzatori, per manifestare a Genova contro il G8.
""Giornalista inglese"", ho gridato alle decine di poliziotti che, in assetto antisommossa, stavano correndo verso di me con un solo obiettivo - scrive Elliott - Mi girava la testa. Dal poliziotto senza volto mi sono arrivate altre manganellate. "Questo e' un errore. Si fermeranno presto", continuavo a pensare. Non lo hanno fatto. Due poliziotti mi hanno trascinato per terra, gridando in italiano e mi hanno colpito ancora. Il mio casco da ciclista si è distrutto sotto i loro colpi. Con i manganelli mi hanno colpito alla testa, alle braccia e agli stinchi''.
Racconta ancora il giornalista inglese, ''mi hanno trascinato sulle rotaie verso una cabina di manovra, dove mi hanno ordinato di mettere la testa su una sbarra d'acciaio. Ho cercato di obbedire, incapace di credere a quanto stava accadendo. In preda a nuovi impulsi di violenza, hanno cominciato a prendermi a calci alla testa, alla schiena e alle gambe. Deve essere durato solo pochi minuti: ripetutamente, mi hanno buttato a terra e mi hanno colpito di nuovo. Poi, ancora incredulo, sono stato rimesso in piedi. I poliziotti facevano a turno a urlarmi insulti, mentre uno mi ammanettava dietro la schiena e mi costringeva a marciare lungo i binari verso la stazione''.

Paolo di Giannantonio, giornalista e conduttore del TG1
"Era il primo pomeriggio di sabato 21 luglio. Con la troupe del TG1 stavamo riprendendo un gruppo di manifestanti, probabilmente dei "Black block", mentre salivano verso la circonvallazione alta. Dall'alto, grazie a delle segnalazioni di amici di Genova, abbiamo fermato le nostre moto e ci siamo messi a riprendere delle macchine in fiamme. Stavo parlando con la redazione quando ho visto arrivare un gruppo di "Black block" che aveva scorto il mio accredito ufficiale. Purtroppo non ero riuscito a nasconderlo. L'operatore, che si trovava a quindici metri mi ha urlato per avvertirmi che mi stavano arrivando addosso. Sono riuscito a mettere in moto ma in quel momento mi è arrivata una sprangata sulla schiena. Per fortuna non sono caduto e sono riuscito ad allontanarmi". "Venerdì pomeriggio, stavo subendo un'altra aggressione - continua la testimonianza di Di Giannantonio - da parte di alcuni manifestanti violenti. Ma grazie al provvido intervento di Giovanna Botteri del T3 sono riuscito a scappare in tempo.

Mimmo Frassinetti, fotografo dell'agenzia AGF di Roma.
"Sembravano impiegati del Comune, addetti all'arredo urbano tale era la loro calma nel dare fuoco ad uno sportello del Credito Italiano, disselciare pezzi di marciapiede e divellere transenne". Mimmo Frassinetti, fotografo dell'AGF, è stato aggredito dalle "tute nere". Dopo aver ricevuto due bastonate sulla schiena è caduto a terra. Nell'impatto si è rotto l'apparecchio fotografico che aveva al collo e l'altra attrezzatura, custodita in una borsa, gli è stata portata via dagli aggressori. "Ancora non riesco a crederci: la polizia era lì, a trenta metri, e non ha impedito a questo gruppo di teppisti di fare le loro "parate"".

Vittoriano Rastelli, fotografo
Lettera scritta al Direttore de L'Unità (24/07/2001)
Caro Direttore,
mi chiamo Vittoriano Rastelli, ho 65 anni e da 50 giro il mondo per fotografare gli avvenimenti raccontati dai giornali. Ho fotografato, negli anni '50, gli scontri durante i 90 giorni di sciopero dei portuali genovesi e, nel luglio del '60, i tumulti di piazza che portarono alla caduta del governo Tambroni. Ho fotografato l'inizio del '68 a Venezia. Sono stato in Algeria, Kenya, Israele, Cecoslovacchia durante l'occupazione sovietica.
Ho assistito a tanta violenza nella mia vita, ma mai ho visto forze dell'ordine brutali in modo inaudito come a Genova, nei giorni scorsi. Mai ho visto poliziotti e carabinieri manganellare e prendere a calci giovani inermi, seduti a torso nudo a terra e del tutto disarmati. Polizia così oltraggiosa la ricordo in Cile, ai tempi di Pinochet, in Africa durante la visita del Papa.
Vittoriano Rastelli

Da Il Corriere della Sera (21/07/2001)
"Ho sentito due colpi secchi poi mi hanno trascinata via"
Di Fiorenza Sarzanini

GENOVA - Ero con i contestatori mentre dalla camionetta dei carabinieri sono partiti due colpi di pistola. Ho visto Carlo Giuliani, quel giovane con l'estintore in mano, avvicinarsi al fuoristrada e poi cadere. Sono caduta anch'io, trenta metri più in là, e i carabinieri hanno cominciato a picchiare. Un ragazzo che era con me è stato ferito alla testa, aveva il sangue che gli colava sugli occhi. Ma questo non li ha fermati. Ci colpivano con i manganelli, tiravano calci, ci sbattevano gli scudi in testa, urlavano "bastardi".
Accecati dai lacrimogeni, con la gola che bruciava, non ci siamo accorti subito che per quel ragazzo dietro di noi non c'era più niente da fare. Gli altri erano già andati via, spaventati dagli spari che sono arrivati all'improvviso. Un fazzoletto bagnato sulla bocca, il limone spremuto sugli occhi per cercare di resistere a quel fumo che ti blocca il respiro fino a stordirti: così si è cercato di fronteggiare le "cariche". Confusa tra i No Global mi sono tolta la pettorina che identifica i giornalisti per vedere quello che succedeva dall'altra parte della barricata.
Alle 17.30, mentre il corteo delle "tute bianche" è bloccato in via Tolemaide dallo sbarramento della polizia, i gruppi più autonomi decidono di staccarsi e prendere una strada laterale e arrivare in Zona Rossa. Imboccano via Caffa. E' un vicolo chiuso dal fronte dei carabinieri. I ragazzi avanzano, loro indietreggiano. Partono gli slogan e qualcuno comincia a urlare: "Avanti avanti. Ce la facciamo". I carabinieri indietreggiano ancora, incredibilmente non lanciano neanche una bomboletta. Nessuno pensa che dietro di loro abbiano i mezzi d'appoggio, che vogliano attirarli verso la piazza dove ci sono maggiori vie di fuga. E così i giovani cominciano a correre, caricano. Quando arrivano in piazza Alimonda scoppia l'inferno. La zona è accerchiata, davanti ala chiesa ci sono due camionette.
Comincia la sassaiola dei contestatori. Alcuni hanno in mano gli estintori e si avvicinano alle macchine gridando "Genova libera". Poi partono all'assalto. Sembrano invasati. Sfondano vetri, tirano calci. Giuliani è con loro, la faccia coperta da un passamontagna. Comincia a sbattere l'estintore sulle portiere, riesce a spaccare il finestrino. Dall'altra parte alcuni ragazzi infilano spranghe e bastoni nell'auto. Dall'interno i carabinieri cercano di proteggersi con gli scudi. La jeep non può andare avanti perché bloccata da un cassonetto. All'improvviso spunta una pistola e partono due colpi. Subito dopo vengono tirati i lacrimogeni. Il fumo avvolge tutto, non si vede più nulla. Nessuno si accorge che un ragazzo è stato ucciso. Resta per terra in un lago di sangue, ma i suoi compagni sono già lontani.
Io sono impietrita. Poi sento una mano afferrarmi il braccio e un ragazzo mi trascina via. "Corri, corri veloce". Inciampa, cade. Cado anch'io e lui mi è addosso. In un attimo i carabinieri sono sopra di noi. Picchiano forte, urlano. Cerco di ripararmi e intanto tiro fuori la pettorina che identifica i giornalisti. Non serve a niente, ci prendono a calci. Lui ha due tagli sugli occhi, il sangue gli impedisce di vedere. Siamo rimasti soli. Dopo qualche minuto si avvicina un giovane che abita lì. Chiama l'ambulanza ma anche questo è inutile. Passano altri minuti ma sembrano secoli, poi arrivano i medici del Gsf e ci portano va.
Ognuno va per conto suo, io torno su via Tolemaide. C'è la polizia davanti a me, a questo punto sono dietro le camionette. In fondo alla strada c'è un altro blocco dei reparti antisommossa. Partono ancora lacrimogeni, mentre gli idranti spargono una sostanza urticante. Sotto i portici ci sono almeno dieci giovani per terra. Perdono sangue dalla testa, un ha preso una manganellata in bocca. I manifestanti che sono nel servizio sanitario cercano di aiutarli, poi cominciano ad arrivare le ambulanze. Mi siedo per terra e in un attimo la polizia mi afferra e mi chiude in un portone. Era già successo prima, molte ore prima.
Sono le 15.00. In testa al corteo delle "tute bianche", proprio dietro gli scudi, sembra che tutto fili liscio. "Tranquilli, aspettiamo che finiscano gli incidenti con gli anarchici e poi ripartiamo", urlano nei megafoni i leader del movimento. "E' presto, abbiamo tutto il tempo per noi", ripetono. In realtà il loro tempo è già scaduto. La marcia della "disobbedienza civile" si interrompe a cento metri dalla stazione di Brignole, quando parte la prima carica. Il serpentone aveva percorso poco meno di un chilometro dallo stadio Carlini, il punto di partenza. Prime manganellate e un gruppo che si chiude in un palazzo. Io sto con loro. Una ragazza è ferita. I suoi amici chiudono il portone di vetro con un vaso. Temono che la polizia voglia arrestarli. Poi si decide di uscire e entrare nella mischia. Il corteo si è ormai sparpagliato, la zona è circondata. Ovunque i contestatori cerchino di andare, vengono "caricati". "Uniti, stiamo uniti", urlano i leader. Ma è del tutto inutile. Partono nuovi lacrimogeni, i No Global rispondono tirando sassi e bottiglie. "Acqua, limone", urlano i ragazzi mentre si rovesciano i carrelli con le bottiglie di minerale e i secchi con il bicarbonato che servono a fermare le lacrime. Un'altra carica, questa volta dei contestatori, poi si arriva al blindato dei carabinieri. Il mezzo viene incendiato, alcuni giovani azionano gli estintori. La polizia risponde con gli idranti. Dentro c'è una sostanza che fa bruciare la pelle, i ragazzi sono costretti a tornare indietro.
Gli organizzatori e il "gruppo di contatto" formato dai parlamentari di Verdi e Rifondazione Comunista decidono di provare a deviare verso piazzale Kennedy. E' a questo punto che gli autonomi si staccano. "Dobbiamo entrare in Zona Rossa - urlano - non andiamo dall'altra parte". In realtà non vanno da nessuna parte. Restano in trappola tra via Tolemaide e corso Gastaldi. Girano in tondo, ma non riescono a forzare il blocco. Gli scontri con la polizia e carabinieri ormai sono continui. I contestatori hanno perso la testa e in ordine sparso attaccano gli agenti. Avanti verso i blocchi e poi indietro di corsa per sfuggire alla carica. La maggior parte sono italiani. Con loro anche inglesi, tedeschi, spagnoli. "Hasta la victoria siempre", gridano per darsi la carica. Ma guardando le loro facce capisci che sanno di essere stati sconfitti. "Entreremo in zona rossa, libereremo Genova", avevano giurato. Sono riusciti a percorrere soltanto un chilometro e dietro di loro hanno lasciato un morto. Un ragazzo di appena 23 anni esaltato da una guerra che era persa in partenza.

Un padre, famoso giornalista, racconta l'incubo del figlio, raccolto all'uscita del carcere di Pavia, dopo essere stato arrestato e pestato a sangue dai Carabinieri per aver cercato di filmare i cortei di Genova.
Tratto da www.ilnuovo.it

"Mio figlio, una maschera di sangue" di Gian Paolo Ormezzano
Un minuto dopo essere uscito dal carcere di Pavia, liberato da un magistrato genovese che non ha creduto all'atto di accusa stilato in fotocopia per tanti, resistenza e lesione a pubblico ufficiale durante la contestazione al G8, e che non ha neppure convalidato l'arresto, mio figlio ha disobbedito a me ed a sua madre. Gli avevo chiesto di farmi vedere tutte le ferite coperte dagli abiti, mi ha detto di no, dovevo "accontentarmi" dello scempio visibilissimo sul viso, otto punti al sopracciglio, un occhio circondato dal viola dell'ecchimosi e invaso dal sangue, il labbro rotto, e della visione della schiena, piagata dalle manganellate e dai colpi calati col calcio del fucile. Oh, si vedevano anche i segni delle manette che gli erano state strette troppo fortemente ai polsi, ma dire manette è un errore, il termine tecnico è un altro che lui sa e io no, sono specie di ceppi che segnano la carne. I pantaloni scendevano perchè la cintura non c'era più, era stata sfilata di brutto all'ingresso in cella, rompendo tutti i passanti, e si vedeva qualcosa delle mutande piene di sangue. Però lui non ci ha lasciato vedere tutto, non voleva farci del male con quello "spettacolo". Erano le 19 di lunedì. Settantacinque ore prima mio figlio, che ha 26 anni ed è creatura gentile, tenera, prudente sino ad essere paurosetta, massima esplosione di esuberanza fisica il tifo urlato e cantato per il suo e mio Toro, aveva compiuto il grave errore di partire con amici da una località di mare in provincia di Savona per andare a Genova e filmare - lui che studia anche giornalismo televisivo a Torino e mette insieme documentari assortiti - qualcosa del Genoa Social Forum, della contestazione contro il G8. Filmare e basta, cercando immagini di protesta corale e coreografica, filmare accanto a un gruppo di vecchie signore che vendevano magliette-ricordo. Una carica dura delle forze dell'ordine, è la zona dove è stato appena ucciso quel ragazzo, le signore alzano le mani, i suoi amici scappano, lui non può perchè cercando di allontanarsi si inciampa, cade, resta in ginocchio, a mani alzate. Gli piombano addosso, quelli delle forze dell'ordine, e gli spaccano la telecamera e la faccia, gli tatuano la schiena, gli martoriano tutto il corpo. Tanti vedono, nessuno può intervenire. Se lo disputano come ricettacolo di colpi poliziotti e carabinieri: ad un certo punto lui si trova con una mano nella manetta di un agente, l'altra nella manetta di un carabiniere. Implora una scelta, mica possono squartarlo. Se lo aggiudicano i carabinieri, che lo portano via, gli dicono che un loro commilitone è stato ucciso, in una caserma, questo sarà lo spunto per altri pestaggi, stavolta specialmente con calci. C'è anche il passaggio in un ospedale per una medicazione, fra medici sbalorditi, indignati. Poi - ormai è notte - via su un torpedone verso il carcere di Pavia, la cella di isolamento: la richiesta di poter orinare prima del viaggio viene respinta con un pugno sul viso ferito e invito al fachirismo o al farsela addosso, comunque unica violenza fisica da parte della polizia penitenziaria. Poi la prigione, senza ora d'aria, con poco cibo e l'acqua calda del rubinetto. Passa tutto il sabato, passa tutta la domenica. Tocca agli infermieri del carcere inorridire per le ferite da medicare. Al lunedì mattina la decisione del magistrato, sollecitato da un bravo avvocato che sa smontare le accuse inventate sul verbale in fotocopia, come quella di detenere uno scudo in plastica, vistoso e imbarazzante, ancorchè strumento di difesa, non di offesa, ma inesistente, inventato. Fra la decisione del magistrato e la scarcerazione passano sei ore per le cosiddette pratiche burocratiche. Sei ore di vita libera tolte ad un ragazzo pienamente scagionato. Sei ore di attesa per noi nel forno davanti al carcere. E' uscito senza la telecamera ed uno zainetto, spariti. Gli hanno ridato il telefonino, lo aveva in tasca, è stato distrutto dalle manganellate. Ho saputo venerdì nella notte, da una telefonata dei carabinieri, che era in arresto e "stava benissimo". Non mi hannno detto altro. Mi sono precipitato a Genova, comunque. Era l'alba di sabato, telefonando ai carabinieri ho saputo che ero stato stupido a mettermi in viaggio, chissà dove era mia figlio, Mi hanno detto comunque di un avvocato di ufficio, nome e cognome: ma al telefono c'era soltanto una voce meccanica. Ho trovato aiuti da giornalisti amici, ho trovato un bravo avvocato, la procura di Genova era aperta e collaborativa, ho saputo del trasferimento a Pavia. Ho goduto della posizione di giornalista per rintracciare qualche informazione, molta solidarietà. Ed anche per essere allenato a come avrei visto mio figlio: colleghi esperti mi hanno detto, sì, di prepararmi a vederlo conciato male. Ma nonostante tutto da venerdì notte alla fine della giornata di lunedì ho vissuto una situazione da "Missing", il film americano sulla tragedia del Cile ma anche sull'angoscia che ti prende quando sai poco o nulla di una persona cara portata via, nella mio angosciata particolare esperienza di immaginarti il figlio con le sue ferite, per anestetizzarti all'impatto (non servirà a nulla, sarà comunque una cosa tremenda). Un bravo magistrato ha interrogato, eseguito riscontri, ascoltato testimonianze, e non ha creduto alle accuse a mio figlio elencate in un verbale che pareva proprio prestampato, eguale per tanti, ha creduto al racconto dolente ed angosciato di un ragazzo nonostante tutto più stupito che indignato, più sereno che dolente. Nella giornata passata fuori dal carcere di Pavia ho parlato con tantissimi parenti e amici di altri di quei provvisori desaparecidos. Ho visto uscire dal carcere altri ragazzi coperti di ferite. Ho potuto anche pensare che a mio figlio è andata bene, non è stato colpito alla pancia, ha avuto un avvocato solerte, ha trovato i suoi genitori fuori dal carcere ad aspettarlo, nei limiti del possibile confortarlo. Una parlamentare che ha visitato il carcere ha parlato a noi in attesa di ragazzi feriti, distrutti, piangenti, brutalizzati direttamente dai colpi presi, indirettamente dalla situazione kafkiana dell'isolamento. Lui mi ha detto che le visite di parlamentari e consiglieri regionali sono state un balsamo comunque, per quel poter parlare serenamente di qualcosa con qualcuno, senza prendere colpi e ricevere insulti (una bella - cioè orribile - antologia, quella delle aggressioni verbali in pratica continue, l'ha messa per iscritto quando in carcere ha avuto una penna e qualche foglio, c'è davvero tutto per umiliare uno che patisce anche le parole). Ho provato a chiedermi, da democratico assoluto, disperato, se proprio non è possibile ad un cittadino filmare della sua Italia, oltre che i monumenti e i tramonti e le feste di famiglia, anche una manifestazione di protesta senza dover essere brutalizzato, ridotto ad un manichino sanguinolento, sfregiato sul viso per sempre, da forze dell'ordine violente con i deboli e impotenti di fronte ai veri violenti, visibilissimi, colpibilissimi, le tute nere, nella fattispecie di Genova. Cercherò di saperlo per vie legali, confido nella legge. Mio figlio mi ha detto - spero perchè ferito ed umiliato, non perchè definitivamente portato ad una scelta - che rinuncia agli ideali. Ma non ci credo. E comunque ha rifornito di ideali me.

Dichiarazione del ministro della Comunicazione, Maurizio Gasparri
In una conferenza stampa indetta mercoledì 25 luglio dalla Federazione nazionale della stampa su quanto accaduto a Genova, il ministro della Comunicazione, On. Maurizio Gasparri (Alleanza Nazionale), ha rilasciato la seguente dichiarazione: "Fare il giornalista in condizioni estreme è rischioso. E Genova era una di queste. Nelle situazioni di crisi bisogna andarci preparati come si va preparati quando si parte per un'area di conflitto. Ovviamente se ci sono torti bisogna denunciarli".

Sergio Cecchini