FOTO&REPORTAGE - Ciad, al confine con il Darfur, luglio 2004
Diario di Sergio Cecchini dal confine tra Ciad e Darfur (luglio 2004):

Dal confine tra Ciad e Sudan, dove centinaia di migliaia di sudanesi provenienti dal Darfur si sono radunati per Medici Senza Frontiere ho raccontato le storie che ascoltavo e quello che vedevo.

Iriba, 30 giugno
Iriba, 1 luglio
Campo profughi di Iridimi, 2 luglio
Tine, 3 luglio
Touloum, 5 luglio
Guereda, 6 luglio
Iriba, 14 luglio 2004

Iridimi, 17 luglio 2004.
Iridimi, 18 luglio 2004.
Iridimi, 19 luglio
Touloum, 20 luglio


Iriba, 30 giugno

Nurasham Isack ha appena due anni e pesa solo 5,2 chili. E' ricoverato nel reparto intensivo del centro nutrizionale terapeutico (Cnt) di Medici Senza Frontiere a Iriba. Un tubicino trasparente gli esce dal naso e la madre cerca di coprirlo con un telo. “ E' completamente disidratato - spiega Joelle, infermiera di MSF responsabile del Cnt – e dobbiamo evitare che vada in ipotermia .” nusharam è uno degli 80 bambini gravemente malnutriti che sono stati trasferiti dai campi profughi di Iridimi e Touloum nella struttura di MSF. Per superare questo stato di malnutrizione grave, Nurasham dovrebbe raggiungere 7,1 chili di peso in una settimana, per poi essere trasferito alla fase 1, quella dove si trovano i bambini gravemente malnutriti ma non in pericolo di vita.

Iriba, piccola cittadina di 3.000 abitanti, si trova ad appena cinquanta chilometri dal confine tra il Ciad e il Darfur (regione del Sudan occidentale), dove si sta consumando una delle più gravi emergenze umanitarie attualmente in corso. Dall'inizio della crisi, nel febbraio 2003, in Ciad sono fuggiti circa 130.000 profughi. MSF ha preso in gestione l'ospedale di Iriba, portandolo da 30 a 60 posti letto e installando il Cnt di riferimento per i campi profughi presenti nell'area.

Con Barbara, che si occupa di servizi igienici e sanitari, e Mohamed, infermiere del Mali atterrato con me questa mattina, partiamo per il campo di Iridimi, a circa mezz'ora di macchina da Iriba. In questo campo, dove si trovano 14.000 profughi, MSF gestisce un centro di salute con tre tende per le visite mediche, una per l'osservazione, una tenda adibita a sala parto e una per le vaccinazioni, una farmacia e un centro nutrizionale supplementare per i bambini moderatamente malnutriti. Thomas, logista a Iridimi, ci spiega come si svolgono tutte le attività, ci presenta lo staff. Il termometro segna 34 gradi all'ombra.

Il pomeriggio ritorno all'ospedale di Iriba per vedere come sta Nurasham, ma è sempre lì, avvolto nel suo telo. Nel frattempo, dalla sala parto arriva la notizia che è nato un bambino: pesa 3,1 chili.

 

Iriba, 1 luglio

Fervono i preparativi per la visita di Kofi Annan, domani al campo profughi di Iridimi.

Arriverà a bordo di un elicottero verso le 9.30. E´ la seconda tappa del tour che il Segretario Generale dell´Onu ha deciso di intraprendere per portare l´attenzione sulla crisi del Darfur, dopo la visita di ieri in Darfur. Il programma prevede anche una visita al centro di salute di MSF. E mentre tutt´attorno ai tendoni di MSF c´è un gran fermento, Jamal, medico ciadiano del centro di salute, prosegue le sue visite.

Garidimi, capo di una squadra di educatori alla salute, mi porta in una tenda fatta di pezzetti di legno, fango secco e un telo di plastica come soffitto. Rispetto ad altri campi profughi che ho visto, questa è una sistemazione di lusso. Con la mano scosta un telo e mi fa cenno di entrare. Seduto su un piccolo tappeto c´è Bakhait Abdallah, 25 anni, fuggito dal Darfur. Accanto a lui due stampelle.

Bakhait Abdallah"Abitavo nel villaggio di Juabukay insieme ad altre 600 persone - inizia il suo racconto. Ero andato con i miei animali in cerca di una fonte d´acqua per far abbeverare le mie 25 mucche e i miei 26 cammelli, quando ho visto arrivare degli aerei. Pochi istanti dopo si sono iniziati ad udire i primi boati. Un paio di aerei si sono diretti verso il villaggio, gli altri hanno preso di mira la fonte d´acqua. E poi sono arrivate le bombe. Mentre cercavo di mettere in salvo il mio bestiame, una scheggia mi ha tranciato di netto la parte inferiore della gamba sinistra. Tutti scappavano, non si capiva più niente e due amici che erano li´ con me mi hanno caricato e legato sopra un cammello. Dopo tre giorni, era il 26 gennaio me lo ricordo bene, ho raggiunto Tine, città divisa in due dal confine tra Ciad e Darfur. Sono stato ricoverato nell'ospedale di MSF insieme ad altri 60 feriti. Io ero salvo, ma non sapevo più nulla di ciò che fosse successo alla mia famiglia. Pochi giorni dopo ho visto arrivare mio padre, mia madre e mia sorella. I miei due fratelli non ce l´hanno fatta, sono stati uccisi dagli Janjaweed, la milizia filoaraba che imperversa nel Darfur. E oggi mi trovo qui, nel campo profughi di Iridimi senza una gamba, senza un futuro".

 

Campo profughi di Iridimi, 2 luglio
Una visita particolare.

ElicotteroAlle 10.30 del mattino, con circa un'ora di ritardo, l'elicottero con a bordo il Segretario generale delle Nazioni Unite è atterrato. Kofi Annan è apparso dalla collinetta al centro del campo.

Immaginatevi un luogo dove c'è solo sabbia, pietre e qualche rovo. Il campo di Iridimi era stato pensato per 6.000 persone. A sole tre settimane dalla sua apertura, i suoi abitanti erano diventati 14.000.

Oggi è uno dei campi per i profughi del Darfur più attrezzati: ogni capanna ha un telo di plastica come tetto, sono disponibili tra i 15 e i 18 litri d'acqua a testa al giorno, il tasso di mortalità è di 0,86 morti al giorno per 10.000 abitanti e c'è una scuola.

Purtroppo, Iridimi è oggi in Ciad più un'eccezione. A pochi chilometri da qui, circa un'ora in jeep, c'è il campo di Touloum, dove già la quantità d'acqua disponibile per individuo precipita a 6/7 litri al giorno. Ma torniamo alla visita di Annan. Due grandi tende erano state preparate per accogliere le autorità, le delegazioni ufficiali, i giornalisti al seguito del Segretario generale. Tutt'intorno i profughi erano stati disposti in un grande circolo per dare il benvenuto ad Annan.

Intanto l'ambulatorio di MSF era deserto: tutti a seguire il grande evento. Paul, coordinatore di terreno di MSF, ha potuto mandare un breve messaggio ad Annan per sollecitare la comunità umanitaria a intervenire in maniera massiccia nella crisi del Darfur.

Il programma ufficiale prevedeva anche una visita al centro di salute di MSF ma alla fine, per un ritardo sulla tabella di marcia, Annan è risalito sulla macchina, ha percorso poche decine di metri tra la folla e poi, in una zona blindata dalle forze di sicurezza ciadiane, è salito sul suo elicottero. A quel punto tutti, uomini, donne e bambini, hanno incominciato a correre, scalzi, per veder partire il Segretario dell'Onu. Le pale dell'elicottero iniziano a mettersi in moto e una nube di polvere avvolge tutto. Poi eccolo staccarsi da terra e prendere il volo mentre migliaia di mani si tendono verso di lui.

Devo dire che sono sempre stato scettico nei confronti di queste cerimonie, ma questa volta, per le difficoltà e il disinteresse che avvolgono questo conflitto, mi sono detto ce ne sarebbero volute cento di queste visite. Tornato al compound MSF ho saputo che Marlon Brando è morto. Di lui, a parte le sue indimenticabili interpretazioni in film come Apocalypse Now e Il Padrino, mi è sempre rimasto impresso un gesto per me incredibile. Al momento di ritirare l'Oscar per non ricordo quale film, non si presentò, evitando le glorie tutte per sé e mandò a prendere la statuetta al suo posto un'indiana pellerossa: voleva che l'opinione pubblica venisse a conoscenza della situazione di quella popolazione.
A volte basta poco.

 

Tine, 3 luglio
L'albero di savonie

Nurasham IsackTine è un città di fango e caldo, divisa in due da un wadi che rappresenta anche la frontiera tra Ciad e Sudan. Nel mese di gennaio 2003, gli aerei sganciavano il loro carico di morte: bidoni di metallo pieni di chiodi, bulloni, esplosivo e benzina. No, non si trattava di bombe “intelligenti” ma di ordigni artigianali che seminavano panico e morte. I bombardamenti si sono concentrati sul versante sudanese della città.

Fa impressione essere qui oggi. Ancora mi ricordo quando lessi il primo comunicato stampa sui bombardamenti di Tine, cercando d'immaginarmi che posto fosse e quale potesse essere la situazione sul terreno. Ancora mi ricordo la fatica e la frustrazione nel cercare di spingere i giornalisti ad interessarsi di questo conflitto iniziato nel febbraio del 2003 e che già allora aveva causato tra i 90.000 e i 110.000 profughi in Ciad e più 700.000 sfollati in Sudan.

A Tine, MSF è presente da dicembre 2003 e durante i bombardamenti ha curato più di 80 feriti. Oggi la situazione è calma da diversi mesi: non ci sono attacchi dal mese di febbraio e quasi tutti i profughi sono stati trasferiti nei campi all'interno del Ciad. Appena arrivo al centro di MSF chiedo ad alcune donne, in attesa di avere il Bp5 (cibo iperproteico) per i propri figli, se posso far loro delle domande. Mi rispondono di sì ma che vogliono restare anonime. I racconti sono tutti terribilmente simili: bombardamenti improvvisi all'alba, seguiti dalle scorribande delle milizie Janjaweed, fughe, perdite, nulla. Il tutto raccontato con un dignità e un distacco disarmanti. Io avevo la pelle d'oca: quello che prima leggevo su ciò che accadeva in Darfur, adesso erano loro, i sopravvissuti, a raccontarmelo.

Sto ancora sistemando tutti gli appunti che ho preso, ma voglio raccontarvi solo uno degli episodi. Sapete cos'è l'albero di pavonie? E' un albero, le cui foglie sono spine robuste di circa tre centimetri. E' un rovo, ma robusto, alto e largo. Qui è pieno, e anche in Darfur. A dirmi il nome di questa pianta è stata una donna di 32 anni, uno più di me, che si trova a Tine. E' sola con i suoi quattro figli. “ Erano le quattro di pomeriggio quando i Janjaweed hanno circondato il nostro villaggio. Poi ci hanno attaccato. Hanno ucciso mio marito, il resto della mia famiglia e tutti i nostri animali. Poi hanno iniziato a dare fuoco alle case e i bambini che rimanevano indietro, li prendevano, li picchiavano a sangue, ma senza ucciderli, e li lanciavano sopra gli alberi di pavonie ”.

Appena mi ha raccontato questa cosa non sapevo come andare avanti. Cosa puoi dire ad una donna che ti guarda fisso negli occhi e ti descrive i rami delle pavonie?

 

Touloum, 5 luglio
Touloum Beach

touloum "Benvenuti a Touloum Beach!" Così, con tono ironico, Gaspar l'autista ci comunica che siamo arrivati in quello che è il secondo campo profughi che gravita su Iriba. Sono 18.000 le persone che sono state trasferite su delle dune di sabbia finissima, di colore arancione.

Touloum Beach! Il sarcasmo con cui Gaspar ironizzava sull'ubicazione di Touloum diventa beffardo quando ti dicono che qui la razione d'acqua disponibile ogni giorno per i profughi è di 6 o 7 litri a testa, 13 litri meno dello standard minimo. Hanno provato a scavare dei pozzi, ma neanche una goccia. L'unico modo per far arrivare dell'acqua è con delle autobotti, ma non è facile: la strada è una pista di sabbia e sassi e se piove si blocca tutto.

Qui MSF gestisce un centro di salute e un centro nutrizionale supplementare e uno terapeutico per la fase 2. Nell'ultima settimana ci sono state 320 nuove ammissioni di bambini moderatamente malnutriti su un totale di 532. La malnutrizione generale è in aumento, segno che le condizioni rendono estremamente difficile la stabilizzazione degli equilibri nutrizionali per i bambini sotto i 5 anni di età. Touloum è anche famoso per gli scorpioni: belli, gialli e velenosi.

Percorro in lungo il campo per rendermi conto dell'estensione e a momenti collasso per il sole e il caldo. Mi sono perso, non ritrovo più il centro di salute di MSF dove Erica, infermiera svizzera, è oggi di turno. Cerco di ritrovare le latrine che avevo preso come punto di riferimento.
Mentre cammino tra le tende ricoperte di sabbia si sentono solo voci e grida di bambini che giocano, piangono e si nascondono appena mi vedono passare. Superato un piccolo dosso, mi ritrovo nel mercato del campo. Scarpe, dolci e polveri varie, cellulari finti con suonerie e luminarie fantascientifiche, sigarette, animali, radio da riparare con accanto il riparatore, noccioline, macchinette, stuoie, coperte. C'è pure un mulino a ore: una macina per il miglio che viene affittata a chi lo compra nella bottega affianco.

Finalmente scorgo la bandiera di MSF che sventola. Appena arrivo, dalla radio ci dicono di rientrare perché è stata sequestrata una macchina di un'organizzazione umanitaria con tre persone a bordo. Partiamo di corsa, stabilendo un contatto radio ogni dieci minuti. Quando rientriamo su Iriba, i tre sono stati ritrovati a Bahai, un po' malmenati.
Dopo poche ore riparto per Guereda, dove fino a poco tempo fa MSF gestiva un centro nutrizionale terapeutico e il centro di salute, oggi ceduti ad un'altra ong per potersi concentrare su altre priorità.. Dopo circa tre quarti d'ora di macchina, una tempesta di sabbia inizia ad inseguirci: è una corsa contro il tempo, perché se ti raggiunge non vedi più nulla finché non passa. Per fortuna riusciamo ad essere più veloci. Domani ci aspetta una giornata dura: si vaccina lungo il confine.

Sergio

 

Guereda, 6 luglio
Un safari contro il morbillo
vaccinazione
Partiamo alle sei del mattino. Io sono nella squadra di Arianna, infermiera italiana, già alla sua seconda missione in Ciad. L'operazione di oggi è stata pianificata da più di una settimana: team di educatori sono andati in giro per i villaggi di profughi ad annunciare che oggi sarebbe partita la vaccinazione contro il morbillo nella zona di Birak (a 12 chilometri dalla frontiera con il Sudan).

Il morbillo è la principale causa di morte per i bambini sotto i cinque anni d'età.
Dopo due ore e mezza di jeep in piena savana, arriviamo alla tenda MSF allestita per questa operazione. Scarichiamo tutte le ghiacciaie con dentro i vaccini, prepariamo sedie e tavolini per la registrazione, ma ancora non si vede nessuno. Dopo circa venti minuti arrivano due madri con cinque bambini, ma niente di più. "Sono nel campo a piantare il miglio", dice Ibrahimi, infermiere locale che nel frattempo era andato a parlare con gli anziani.

Breve consulto fra Arianna e Josette, coordinatrice medica di MSF, e poi cambio di strategia. Un team parte con una jeep alla caccia di villaggi, agglomerati, qualunque posto nella savana dove possano esserci bambini da vaccinare. Partiamo verso est, in direzione del confine tra Ciad e Sudan.
Dopo circa un quarto d'ora i fuoristrada, avvistiamo alcune capanne. Incontriamo un uomo e gli chiediamo di avvertire quante più persone possibile per dire che siamo arrivati per la vaccinazione. Intanto ci posizioniamo sotto un albero per preparare tutte le siringhe. Poco a poco inizia a radunarsi una piccola folla. Si parte: Suleman registra i bambini e dà il certificato di vaccinazione, io li conto e Arianna insieme a Djerassem li vaccinano. Alla fine sono 35 i bambini vaccinati. Chiediamo se conoscono altri villaggi nella zona e ci indicano una collinetta in lontananza. Si
riparte. Ecco altre capanne. Ci fermiamo e riprendiamo le operazioni. Ne vacciniamo 80. Ripartiamo, ma questa volta senza nessuna indicazione precisa. Dopo una ventina di minuti scorgiamo dei teli. Mano a mano che ci avviciniamo ci rendiamo conto che sono niente più che dei ripari dal sole ma che ospitano decine di persone. Sono quaranta famiglie di profughi sparpagliate qua e là, arrivate da quindici giorni. Tutt'intorno è pieno di carcasse di animali. "Eravamo riusciti a portarli con noi. Era tutto quello che ci era rimasto e la nostra unica speranza di salvezza, ma un'epidemia li ha decimati", racconta un uomo mentre ci indica cinque carcasse di mucche. E anche qui bambini da vaccinare.

Alle tre del pomeriggio si concludono le operazioni: abbiamo vaccinato 9 bambini tra i sei e i nove mesi, 103 tra i 10 mesi e i cinque anni, 72 tra i cinque e i dodici anni. Non male per un'azione mobile, alla ricerca di bambini rifugiati nella savana. Un vero e proprio safari contro il morbillo.


Piccole storie
Iriba, 14 luglio


Laila ha 10 anni. Tre settimane fa aveva trovato per terra un oggetto strano. Non sapeva cosa fosse, ma presa dalla curiosità di bambina lo ha afferrato ed ha iniziato a giocarci. BUM! Poche ore dopo, è arrivata all'ospedale di MSF, a Iriba, con una scheggia conficcata in fronte e le gambe piene di piccoli frammenti di quello che in realtà era un ordigno inesploso. E' stata operata d'urgenza e oggi è lì, sdraiata per terra, che ti guarda e sorride.

Laila"E' arrivata qui con la fronte aperta e il volto coperto da una maschera di sangue - racconta Peternelle, infermiera di MSF che ha partecipato all'operazione – Siamo riusciti a toglierle la scheggia che aveva in testa e a limitare i danni cerebrali. Oggi parla, ride, ma certo non è come prima."

Omoni ha 7 anni. E' un bambino vivace e con la sua strana pistola ad acqua costituita da una innocua siringa non risparmia proprio nessuno.

OmoniDieci giorni fa è arrivato all'ospedale d'Iriba, con l'avambraccio sinistro completamente andato. Una frattura esposta e frammentata si era gravemente infettata ed era andata in necrosi. Omoni si è presentato ad Else, la dottoressa di MSF con competenze chirurgiche che lavora all'ospedale di Iriba, tenendosi il braccio ferito con l'altra mano. "L'infezione era ovunque – racconta Else – e ci sono volute due ore e mezza per salvare il resto del braccio e procedere con l'amputazione." E' stata un'operazione difficile, ma la cosa più bella, ad Else, è capitata quattro giorni dopo. "Era mattina presto e stavo facendo il mio solito giro tra i pazienti. Quando arrivo al letto di Omoni scosto la zanzariera per vederlo meglio e lui mi regala un sorriso, così, dal nulla. Si era ripreso alla grande ed io mi sentivo la persona più felice al mondo. La più bella soddisfazione che potessi avere."

Per prima cosa, gli hanno regalato dei guanti chirurgici per fare dei palloncini, ma è da quando impugna la sua siringa e la brandisce come James Bond che Omoni è tornato veramente a giocare.

Mohammed ha un anno. E' arrivato oggi al centro nutrizionale terapeutico di Touloum (campo profughi con più di 15.000 persone). Alto 66 centimetri, pesava solo 4,8 chili e il rapporto peso-altezza non lasciava dubbi: Mohammed era gravemente malnutrito.

Mohammed"E' 1,1 chili sottopeso!", rivela Virginie, infermiera di MSF responsabile del Cnt di Touloum. Subito dicono alla madre di provare a dargli del plumpinat, della pasta d'arachidi iperproteica, ma lui lo rifiuta. E' disidratato e il termometro indica 39 gradi. Viriginie allora prepara una soluzione liquida di sali minerali e acqua da somministrargli sempre per via orale, ma con l'aiuto di una siringa. Ma dopo poco Mohamed vomita tutto. "Bisogna trasferirlo d'urgenza al Cnt di Iriba - spiega Virginie alla madre – le sue condizioni sono gravi." Pochi minuti dopo una jeep parte con a bordo Mohammed, la sorellina e la madre. Adesso sono ad Iriba e Mohammed viene seguito 24 ore su 24 e alimentato otto volte al giorno. Adesso dorme, ma ha ancora la febbre molto alta.


Tre giorni di formazione
Iriba, 18 luglio

"Tutti i bambini che MSF cura qui al centro nutrizionale terapeutico sono tutti nostri figli.", così Achim, fuggito dal Darfur e oggi assistente logista di MSF nel campo profughi d'Iridimi, conclude il suo intervento al corso di formazione su cos'è MSF, sulla testimonianza e sul ruolo che ogni operatore può avere all'interno della vita associativa di MSF e su cosa significa lavorare per un'organizzazione umanitaria e quali sono i principi che la guidano . Iridimi è la penultima tappa di questo progetto di sensibilizzazione rivolto allo staff locale, agli agenti sanitari e alle autorità rappresentative dei profughi.

L'aspetto più importante è coinvolgere attivamente i partecipanti e ascoltare qual è la loro spontanea percezione. La parte didattica viene, infqtti, spesso interrotta con momenti di confronto e l'incontro termina con un gioco, un quiz, con delle affefrmazioni che insieme bisogna decidere se sono vere o false.

Da N'Djamena, per seguire la realizzazione di questi incontri, è arrivato Djerassem, operatore di MSF che già aveva sperimentato l'utilità di questa formula nei progetti di MSF a Sud, nei campi profughi per le persone fuggite dalla Repubblica Centrafricana dopo il colpo di stato avvenuto più di un anno fa.

Il primo giorno, venerdì, è stata la volta di Touloum. Abbiamo caricato sulla jeep il gruppo elettrogeno, la televisione prestataci da un'altra Ong e il videoregistratore, e siamo partiti per il campo profughi di Touloum. Al nostro arrivo, il tendone del centro nutrizionale terapeutico dove pensavamo di svolgere l'incontro era ancora pieno di mamme che stavano dando il plumpinat, una specie di crema d'arahidi iperproteica, ai loro figli malnutriti. Dopo una breve consultazione abbiamo optato per un altro tendone. Quando è stato il momento di sistemare il gruppo elettrogeno e portare la televisione mi sembrava di viviere in un paradosso. In un posto dove c'è solo della sabbia, dove l'approvvigionamento d'acqua spesso non riesce a garantire i 15 litri al giorno per persona e dove il nostro centro nutrizionale è sempre pieno, andare a spasso con un televisore in braccio è decisamente imbarazzante. Dopo pochi minuti la tenda si riempie e più dicinquanta persone dello staff locale, uomini e donne, ma anche dei rappresentanti dei profughi e degli agenti di salute, si stringono sulle panche di legno. Il momento più vivace è il diattito sull'indipendenza e sull'importanza della terzietà dell'azione umanitaria, anche perché direttamente legato alla crisi del Darfur e al fatto che MSF è presente su tutti e due i fronti del conflitto. Ad un certo punto una raffica di tuoni anticipa di pochi istanti l'arrivo di un violento acquazzone e di forti raffiche di vento. Tutti ci siamo messi a sorreggere i montanti della tenda per evitare che venisse divelta come quella accanto alla nostra. Dopo quindici minuti di diluvio è tornata la calma e abbiamo potuto completare il tutto.

Il secondo giorno l'incontro era per il personale del centro nutrizionale terapeutico di Iriba. Questa volta, visto che quasi tutti i diciotto partecipanti parlavano francese, abbiamo avuto la possibilità di proiettare il video “Parole Senza Frontiere”. Dopo aver spiegato come MSF finanzia i suoi progetti è arrivata una domanda che guardava alle attività di raccolta fondi con un punto di vista totalmente differente dal nostro. “Quando dovete restituire i soldi a quelli che ve li hanno prestati, che ve li hanno dati per finanziare i vostri progetti, come fate?”. Non è stato facile spiegare cosa c'è dietro al meccanismo della donazione spontanea e cosa spinge migliaia di persone, sulla base di un rapporto fiduciario, a finanziare MSF.

Il terzo giorno, domenica, è stato diviso in due: la mattina al campo d'Iridimi e il pomeriggio all'ospedale d'Iriba. Il dato che più colpisce è la partecipazione, l'interesse, la voglia di capire bene cos'è MSF, la prima organizzazione ad essere intrervenuta nell'est del Ciad, nel settembre 2003.

Che si tratti di venerdì, giorno di preghiera per i musulmani, o domenica, sono tutti fieri di essere presenti, raccontare il loro lavoro, esprimere le proprie opinioni, partecipare all'organizzazione materiale di questi incontri.



Un espatriato particolare
Iridimi, 17 luglio

Jean FagalamsduJean Fagalamsdu è un infermiere camerunese di 44 anni e lavora da ormai quattro mesi al centro di salute allestito da MSF nel campo profughi di Iridimi. Sposato e con dieci figli, si è preso un permesso dal lavoro che svolgeva in Camerun per venire a lavorare qui con MSF. Alto, portamento elegante, indossa sempre una lunga veste bianca o color crema.

Stavo a casa, guardando la televisione, quando ho visto le immagini di cosa stava succedendo a Tine, dei feriti e di tutti quei bambini che soffrivano e dei volontari di Medici Senza Frontiere, l'unica organizzazione che lavorava a Tine.

Molte cose sono passate nella mia testa in quel momento, ma soprattutto ho pensato ai miei cinque fratelli mortiquando io ero molto piccolo. Quando ho visto le immagini dei bambini feriti, di persone innocenti costrette a soffrire, mi sono detto che bisognava fare qualche cosa. Lavoro come infermiere in una struttura pubblica e, da quando il mio migliore amico è morto di Aids, lavoro come volontario in una ong che si prende cura dei pazienti affetti da Hiv. Ero sicuro di potermi render utile.

Il giorno dopo, a Yaoundé (capitale del Camerun), per strada ho visto una macchina di MSF. L'ho raggiunta e l'ho fermata per chiedere a chi potevo rivolgermi per lavorare in Ciad, al confine con il Darfur. Le persone a bordo della macchina mi hanno dato appuntamento per la sera stessa in un albergo, dove mi hanno dato tutte le informazioni e i contatti necessari.

Sono subito andato sul sito internet di MSF e ho raccolto tutte le informazioni necessarie sulla situazione dei profughi del Darfur.

Dopo due settimane sono andato a N'Djamena, dove ho incontrato il responsabile medico della missione di MSF in Ciad, che mi ha sottoposto al test di valutazione. Subito dopo sono partito per in centro di salute che MSF aveva allestito nel campo profughi di Iridimi. Era il mese di marzo e oggi sono ancora qui, felice della scelta che ho fatto.

Ci sono due storie che Jean vuole raccontare.

Una settimana fa è arrivato un bambino malnutrito e disidratato. Quando ho saputo che era l'unico figlio sopravvissuto della sua famiglia ho rivisto in lui ciò che avevo vissuto da piccolo. Gli ho fatto un flebo e dopo due ore già stava meglio e l'abbiamo potuto trasferire al centro nutrizionale terapeutico di Iriba. Tutti i giorni, quando tornavo a casa, passavo a trovarlo. Poi, finalmente, è guarito.

Due giorni fa una donna era venuta a farsi visitare perché aveva un gran male alla testa. L'ho visita e non aveva nulla di particolare. Allora ho messo la mia fronte contro la sua e le ho detto che non aveva assolutamente nulla. Ma lei continuava a lamentarsi. L'ho guardata negli occhi e le ho detto “ per farti passare questo dolore, quando torni alla tua tenda dì a tuo marito di abbracciarti e vedrai che passerà tutto .” A quel punto si è seduta, si è messa le mani contro le tempie e dopo due minuti è scoppiata a piangere. Le ho sollevato leggermente la testa e le ho chiesto cosa avesse. “ Il padre di mio figlio (mio marito)… non so più dov'è! Quando siamo scappati ognuno è fuggito dove poteva e da allora non so più nulla di lui. ” Quando è uscita dalla tenda delle consultazioni anch'io ho cominciato a piangere.


Iridimi, 19 luglio

Tomah ha 27 anni. E' seduta per terra nel centro nutrizionale terapeutico (Cnt) che MSF ha allestito nel campo di Iridimi, e in braccio tiene la piccola Samya, una bambina di tre anni che ciuccia una bustina di plumpynut (crema d'arachidi iperproteica). Avvolta nel suo telo nero a fiori arancioni, Tomah aspetta che Tuva, la nuova infermiera svedese di MSF che si occupa di nutrizione, la chiami per controllare il peso della figlia.

Tomah è arrivata a Iridimi quattro mesi fa e oggi è qui da sola con le sue due figlie: Samya, 3 anni, e Sehab, 7 anni. Suo marito è andato in Libia e da lì, dice lei, cercherà di raggiungere l'Italia. A Tine, città al confine tra Ciad e Sudan, spesso arrivano dei camion libici e con 200 dollari si può comprare un biglietto di sola andata verso un paese che affaccia sul Mediterraneo.
"Passo tutto il giorno qui al centro di MSF per far guarire Samya. Purtroppo l'altra figlia non è stata estratta a sorte per andare a scuola e sta tutto il giorno da sola, nella tenda. Per fortuna, la sera, quando torno al mio rifugio le altre famiglie m'invitano a mangiare da loro e così riesco a passare un po' di tempo in compagnia e a sentirmi meno sola", racconta Tomah.

Oggi nel Cnt di Iridimi sono curati circa 70 bambini gravemente malnutriti mentre nel centro nutrizionale supplementare ce ne sono circa 460.
La quantità di cibo che viene distribuita nel campo - 1.800kcal per persona al giorno - copre solo lo stretto indispensabile di kcal di cui ha bisogno un essere umano: un uomo che sta a letto per un'intera giornata infatti ne consuma 1.500.

"A nostro avviso la quantità di cibo che dovrebbe essere distribuita dovrebbe essere di 2.200 kcal al giorno per persona. Nella situazione attuale, la minima malattia (febbre, diarrea, ecc.) causa nei bambini uno stato di malnutrizione. Le razioni attuali di 1.800 kcal sono il limite minimo per evitare questa possibilità", dichiara Laurence Sailly, responsabile dei progetti di MSF a Iridimi, Touloum e Iriba.

"In questa fase, il lavoro di sensibilizzazione degli educatori alla salute dovrebbe consentirci di individuare e trasferire i bambini moderatamente malnutriti che non sono ancora in cura presso il centro nutrizionale supplementare e che non ricevono ancora il supporto alimentare di cui avrebbero bisogno prima di diventare gravemente malnutriti", continua Laurence.

Due squadre di 15 educatori alla salute, uno ogni 1.000 persone, lavorano nei due campi profughi di Touloum e Iridimi per indirizzare le persone malate e le madri con bambini malnutriti verso i centri di MSF.

 

Touloum, 20 luglio

Elsadek ha 28 anni e il suo nome, Elsadek, significa colui che non mente. E' un profugo del Darfur e lavora nel centro nutrizionale terapeutico di MSF. Viene dal villaggio di Amboru.

"Frequentavo l'Università di El Fasher, nel Darfur, per diventare maestro. Poi, dalla radio, ho saputo che il mio villaggio, dove viveva tutta la mia famiglia, era stato attaccato e allora ho deciso di andare a vedere cos'era successo", racconta Elsadek. "A quel punto sono andato ad Amboru per raggiungere i miei familiari, ma non riuscivo a trovarli. Temevo il peggio, ma poi ho saputo che erano fuggiti in Ciad. Allora mi sono incamminato verso Bahai, città del Ciad al confine con il Darfur. Quando sono arrivato la mia famiglia era già partita, era andata a Tine e quando sono arrivato lì mi hanno detto che era stata trasferita dall'Acnur nel campo profughi di Touloum. Alla fine ce l'ho fatta: sono riuscito a trovare la mia famiglia e ora sono con loro."

Elsadek è arrivato a Touloum, dove ha ritrovato la sua famiglia, due mesi fa. Oggi vive con suo padre, sua madre, tre fratelli di 13, 25 e 30 anni, la moglie del fratello più grande e i suoi quattro figli in quattro tende.

"In Darfur vivevamo in capanne costruite con fango e rami. Non eravamo ricchi, ma avevamo tra le 30 e le 40 pecore. Quando la mia famiglia è dovuta fuggire non è riuscita a portare con sé nulla e io sono arrivato in Ciad solo con questa camicia e questi pantaloni", conclude così il racconto della fuga dal Darfur.

"Una settimana fa, mio nipote, di due anni, si è ammalato, aveva la febbre e una tosse molto brutta. L'abbiamo portato qui, al centro di salute di MSF, dove l'hanno visitato e gli hanno dato delle medicine. Ora sta meglio e sembra che stia guarendo. Rispetto ad altre persone del campo io sono fortunato: da quasi un mese ho un lavoro nel centro nutrizionale supplementare di MSF. Ma la mia preoccupazione principale è per i miei quattro nipoti, perché non possono più andare a scuola e studiare." A Touloum, campo profughi con più di 4.000 bambini, la scuola è stata chiusa perché mancavano lavagne, quaderni e penne.

Alsadig ha 32 anni e anche lui è un profugo del Darfur che lavora nel centro nutrizionale supplementare di MSF a Touloum. Suo figlio, che il 27 luglio compirà un anno, è gravemente malnutrito ed è stato ricoverato nel centro nutrizionale terapeutico di Iriba. La sua famiglia è composta da 16 persone. Vengono da Kornoy e sono arrivati in Ciad, a Tine, lo scorso mese di febbraio. Sono rimasti lì alcuni mesi e poi, a maggio si sono trasferiti a Touloum.

"A ottobre, quando sono iniziati i bombardamenti su Kornoy, abbiamo scavato un rifugio nella terra per ripararci dalle bombe. Ogni volta che sentivamo il rumore degli aerei ci buttavamo per terra e c'infilavamo nel rifugio. Abbiamo vissuto così per tre mesi, poi, un giorno abbiamo visto gli abitanti del villaggio di Adlkheir che fuggivano e raccontavano cosa stava succedendo. Non avevamo altra scelta, dovevamo abbandonare tutto e fuggire e così è stato. Abbiamo caricato i bambini e l'acqua sugli asini e ci siamo diretti a ovest. Camminavamo di notte per non essere visti. Quando siamo arrivati a Kadir, dopo alcuni giorni, abbiamo sentito di nuovo il rombo degli aerei. Non abbiamo neanche fatto in tempo a riempire le sacche d'acqua. Ci siamo rimessi in marcia subito. Alla fine siamo riusciti ad arrivare a Bamina, in Ciad, dove però la situazione era drammatica: c'era tantissima gente e solo due pozzi per l'acqua. L'unico momento in cui si poteva fare rifornimento era la notte. Dopo tre giorni in quelle condizioni e dopo che avevamo perso le poche cose che c'erano rimaste ci siamo rimessi in cammino e, dopo sette giorni, siamo arrivati a Tine".

Quando era in Darfur lavorava come contabile e, come dice lui, "era meglio di niente".

"Qui a Touloum non ci sono tende a sufficienza e in dieci siamo costretti a dormire in una sola tenda. Ma la cosa più preoccupante è che ancora non abbiamo ricevuto una zanzariera e la stagione delle piogge è iniziata da ormai una settimana e ormai le zanzare ci pungono ogni sera. In più l'approvvigionamento d'acqua non è costante".

A Touloum l'approvvigionamento d'acqua avviene solo con autobotti provenienti da Iriba, percorrendo una pista di sabbia e terra di 15 chilometri. Basta un acquazzone di mezz'ora per rendere impraticabili i due wadi e diversi punti in cui si forma il pantano. La quantità d'acqua disponibile per ogni profugo è di meno di 10 litri al giorno, quando lo standard minimo è di 15 litri al giorno.

"Ma adesso il mio unico pensiero è per mio figlio. Fra poco compirà un anno e chissà se potrò riabbracciarlo per quel giorno. L'ultima volta che l'ho visto era debole e stava molto male. Prego Dio perché possiate salvarlo".