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Dal
confine tra Ciad e Sudan, dove centinaia di migliaia di sudanesi
provenienti dal Darfur si sono radunati per Medici Senza Frontiere
ho raccontato le storie che ascoltavo e quello che vedevo.
Iriba, 30 giugno
Iriba, 1 luglio
Campo profughi di Iridimi, 2 luglio
Tine, 3 luglio
Touloum, 5 luglio
Guereda, 6 luglio
Iriba, 14 luglio 2004
Iridimi, 17 luglio 2004.
Iridimi, 18 luglio 2004.
Iridimi, 19 luglio
Touloum, 20 luglio
Iriba, 30 giugno
Nurasham
Isack ha appena due anni e pesa solo 5,2 chili. E' ricoverato
nel reparto intensivo del centro nutrizionale terapeutico
(Cnt) di Medici Senza Frontiere a Iriba. Un tubicino trasparente
gli esce dal naso e la madre cerca di coprirlo con un telo.
“ E' completamente disidratato - spiega Joelle, infermiera
di MSF responsabile del Cnt – e dobbiamo evitare che vada
in ipotermia .” nusharam è uno degli 80 bambini gravemente
malnutriti che sono stati trasferiti dai campi profughi di
Iridimi e Touloum nella struttura di MSF. Per superare questo
stato di malnutrizione grave, Nurasham dovrebbe raggiungere
7,1 chili di peso in una settimana, per poi essere trasferito
alla fase 1, quella dove si trovano i bambini gravemente malnutriti
ma non in pericolo di vita.
Iriba,
piccola cittadina di 3.000 abitanti, si trova ad appena cinquanta
chilometri dal confine tra il Ciad e il Darfur (regione del
Sudan occidentale), dove si sta consumando una delle più gravi
emergenze umanitarie attualmente in corso. Dall'inizio della
crisi, nel febbraio 2003, in Ciad sono fuggiti circa 130.000
profughi. MSF ha preso in gestione l'ospedale di Iriba, portandolo
da 30 a 60 posti letto e installando il Cnt di riferimento
per i campi profughi presenti nell'area.
Con
Barbara, che si occupa di servizi igienici e sanitari, e Mohamed,
infermiere del Mali atterrato con me questa mattina, partiamo
per il campo di Iridimi, a circa mezz'ora di macchina da Iriba.
In questo campo, dove si trovano 14.000 profughi, MSF gestisce
un centro di salute con tre tende per le visite mediche, una
per l'osservazione, una tenda adibita a sala parto e una per
le vaccinazioni, una farmacia e un centro nutrizionale supplementare
per i bambini moderatamente malnutriti. Thomas, logista a
Iridimi, ci spiega come si svolgono tutte le attività, ci
presenta lo staff. Il termometro segna 34 gradi all'ombra.
Il
pomeriggio ritorno all'ospedale di Iriba per vedere come sta
Nurasham, ma è sempre lì, avvolto nel suo telo. Nel frattempo,
dalla sala parto arriva la notizia che è nato un bambino:
pesa 3,1 chili.
Iriba,
1 luglio
Fervono
i preparativi per la visita di Kofi Annan, domani al campo
profughi di Iridimi.
Arriverà
a bordo di un elicottero verso le 9.30. E´ la seconda tappa
del tour che il Segretario Generale dell´Onu ha deciso di
intraprendere per portare l´attenzione sulla crisi del Darfur,
dopo la visita di ieri in Darfur. Il programma prevede anche
una visita al centro di salute di MSF. E mentre tutt´attorno
ai tendoni di MSF c´è un gran fermento, Jamal, medico ciadiano
del centro di salute, prosegue le sue visite.
Garidimi,
capo di una squadra di educatori alla salute, mi porta in
una tenda fatta di pezzetti di legno, fango secco e un telo
di plastica come soffitto. Rispetto ad altri campi profughi
che ho visto, questa è una sistemazione di lusso. Con la mano
scosta un telo e mi fa cenno di entrare. Seduto su un piccolo
tappeto c´è Bakhait Abdallah, 25 anni, fuggito dal Darfur.
Accanto a lui due stampelle.
"Abitavo nel
villaggio di Juabukay insieme ad altre 600 persone - inizia
il suo racconto. Ero andato con i miei animali in cerca
di una fonte d´acqua per far abbeverare le mie 25 mucche e
i miei 26 cammelli, quando ho visto arrivare degli aerei.
Pochi istanti dopo si sono iniziati ad udire i primi boati.
Un paio di aerei si sono diretti verso il villaggio, gli altri
hanno preso di mira la fonte d´acqua. E poi sono arrivate
le bombe. Mentre cercavo di mettere in salvo il mio bestiame,
una scheggia mi ha tranciato di netto la parte inferiore della
gamba sinistra. Tutti scappavano, non si capiva più niente
e due amici che erano li´ con me mi hanno caricato e legato
sopra un cammello. Dopo tre giorni, era il 26 gennaio me lo
ricordo bene, ho raggiunto Tine, città divisa in due dal confine
tra Ciad e Darfur. Sono stato ricoverato nell'ospedale di
MSF insieme ad altri 60 feriti. Io ero salvo, ma non sapevo
più nulla di ciò che fosse successo alla mia famiglia. Pochi
giorni dopo ho visto arrivare mio padre, mia madre e mia sorella.
I miei due fratelli non ce l´hanno fatta, sono stati uccisi
dagli Janjaweed, la milizia filoaraba che imperversa nel Darfur.
E oggi mi trovo qui, nel campo profughi di Iridimi senza una
gamba, senza un futuro".
Campo
profughi di Iridimi, 2 luglio
Una visita particolare.
Alle
10.30 del mattino, con circa un'ora di ritardo, l'elicottero
con a bordo il Segretario generale delle Nazioni Unite è atterrato.
Kofi Annan è apparso dalla collinetta al centro del campo.
Immaginatevi
un luogo dove c'è solo sabbia, pietre e qualche rovo. Il campo
di Iridimi era stato pensato per 6.000 persone. A sole tre
settimane dalla sua apertura, i suoi abitanti erano diventati
14.000.
Oggi
è uno dei campi per i profughi del Darfur più attrezzati:
ogni capanna ha un telo di plastica come tetto, sono disponibili
tra i 15 e i 18 litri d'acqua a testa al giorno, il tasso
di mortalità è di 0,86 morti al giorno per 10.000 abitanti
e c'è una scuola.
Purtroppo,
Iridimi è oggi in Ciad più un'eccezione. A pochi chilometri
da qui, circa un'ora in jeep, c'è il campo di Touloum, dove
già la quantità d'acqua disponibile per individuo precipita
a 6/7 litri al giorno. Ma torniamo alla visita di Annan. Due
grandi tende erano state preparate per accogliere le autorità,
le delegazioni ufficiali, i giornalisti al seguito del Segretario
generale. Tutt'intorno i profughi erano stati disposti in
un grande circolo per dare il benvenuto ad Annan.
Intanto
l'ambulatorio di MSF era deserto: tutti a seguire il grande
evento. Paul, coordinatore di terreno di MSF, ha potuto mandare
un breve messaggio ad Annan per sollecitare la comunità umanitaria
a intervenire in maniera massiccia nella crisi del Darfur.
Il
programma ufficiale prevedeva anche una visita al centro di
salute di MSF ma alla fine, per un ritardo sulla tabella di
marcia, Annan è risalito sulla macchina, ha percorso poche
decine di metri tra la folla e poi, in una zona blindata dalle
forze di sicurezza ciadiane, è salito sul suo elicottero.
A quel punto tutti, uomini, donne e bambini, hanno incominciato
a correre, scalzi, per veder partire il Segretario dell'Onu.
Le pale dell'elicottero iniziano a mettersi in moto e una
nube di polvere avvolge tutto. Poi eccolo staccarsi da terra
e prendere il volo mentre migliaia di mani si tendono verso
di lui.
Devo
dire che sono sempre stato scettico nei confronti di queste
cerimonie, ma questa volta, per le difficoltà e il disinteresse
che avvolgono questo conflitto, mi sono detto ce ne sarebbero
volute cento di queste visite. Tornato al compound MSF ho
saputo che Marlon Brando è morto. Di lui, a parte le sue indimenticabili
interpretazioni in film come Apocalypse Now e Il Padrino,
mi è sempre rimasto impresso un gesto per me incredibile.
Al momento di ritirare l'Oscar per non ricordo quale film,
non si presentò, evitando le glorie tutte per sé e mandò a
prendere la statuetta al suo posto un'indiana pellerossa:
voleva che l'opinione pubblica venisse a conoscenza della
situazione di quella popolazione.
A volte basta poco.
Tine,
3 luglio
L'albero di savonie
Tine
è un città di fango e caldo, divisa in due da un wadi che
rappresenta anche la frontiera tra Ciad e Sudan. Nel mese
di gennaio 2003, gli aerei sganciavano il loro carico di morte:
bidoni di metallo pieni di chiodi, bulloni, esplosivo e benzina.
No, non si trattava di bombe “intelligenti” ma di ordigni
artigianali che seminavano panico e morte. I bombardamenti
si sono concentrati sul versante sudanese della città.
Fa
impressione essere qui oggi. Ancora mi ricordo quando lessi
il primo comunicato stampa sui bombardamenti di Tine, cercando
d'immaginarmi che posto fosse e quale potesse essere la situazione
sul terreno. Ancora mi ricordo la fatica e la frustrazione
nel cercare di spingere i giornalisti ad interessarsi di questo
conflitto iniziato nel febbraio del 2003 e che già allora
aveva causato tra i 90.000 e i 110.000 profughi in Ciad e
più 700.000 sfollati in Sudan.
A
Tine, MSF è presente da dicembre 2003 e durante i bombardamenti
ha curato più di 80 feriti. Oggi la situazione è calma da
diversi mesi: non ci sono attacchi dal mese di febbraio e
quasi tutti i profughi sono stati trasferiti nei campi all'interno
del Ciad. Appena arrivo al centro di MSF chiedo ad alcune
donne, in attesa di avere il Bp5 (cibo iperproteico) per i
propri figli, se posso far loro delle domande. Mi rispondono
di sì ma che vogliono restare anonime. I racconti sono tutti
terribilmente simili: bombardamenti improvvisi all'alba, seguiti
dalle scorribande delle milizie Janjaweed, fughe, perdite,
nulla. Il tutto raccontato con un dignità e un distacco disarmanti.
Io avevo la pelle d'oca: quello che prima leggevo su ciò che
accadeva in Darfur, adesso erano loro, i sopravvissuti, a
raccontarmelo.
Sto
ancora sistemando tutti gli appunti che ho preso, ma voglio
raccontarvi solo uno degli episodi. Sapete cos'è l'albero
di pavonie? E' un albero, le cui foglie sono spine robuste
di circa tre centimetri. E' un rovo, ma robusto, alto e largo.
Qui è pieno, e anche in Darfur. A dirmi il nome di questa
pianta è stata una donna di 32 anni, uno più di me, che si
trova a Tine. E' sola con i suoi quattro figli. “ Erano
le quattro di pomeriggio quando i Janjaweed hanno circondato
il nostro villaggio. Poi ci hanno attaccato. Hanno ucciso
mio marito, il resto della mia famiglia e tutti i nostri animali.
Poi hanno iniziato a dare fuoco alle case e i bambini che
rimanevano indietro, li prendevano, li picchiavano a sangue,
ma senza ucciderli, e li lanciavano sopra gli alberi di pavonie
”.
Appena
mi ha raccontato questa cosa non sapevo come andare avanti.
Cosa puoi dire ad una donna che ti guarda fisso negli occhi
e ti descrive i rami delle pavonie?
Touloum,
5 luglio
Touloum Beach
"Benvenuti a Touloum Beach!" Così,
con tono ironico, Gaspar l'autista ci comunica che siamo arrivati
in quello che è il secondo campo profughi che gravita su Iriba.
Sono 18.000 le persone che sono state trasferite su delle
dune di sabbia finissima, di colore arancione.
Touloum
Beach! Il sarcasmo con cui Gaspar ironizzava sull'ubicazione
di Touloum diventa beffardo quando ti dicono che qui la razione
d'acqua disponibile ogni giorno per i profughi è di 6 o 7
litri a testa, 13 litri meno dello standard minimo. Hanno
provato a scavare dei pozzi, ma neanche una goccia. L'unico
modo per far arrivare dell'acqua è con delle autobotti, ma
non è facile: la strada è una pista di sabbia e sassi e se
piove si blocca tutto.
Qui
MSF gestisce un centro di salute e un centro nutrizionale
supplementare e uno terapeutico per la fase 2. Nell'ultima
settimana ci sono state 320 nuove ammissioni di bambini moderatamente
malnutriti su un totale di 532. La malnutrizione generale
è in aumento, segno che le condizioni rendono estremamente
difficile la stabilizzazione degli equilibri nutrizionali
per i bambini sotto i 5 anni di età. Touloum è anche famoso
per gli scorpioni: belli, gialli e velenosi.
Percorro
in lungo il campo per rendermi conto dell'estensione e a momenti
collasso per il sole e il caldo. Mi sono perso, non ritrovo
più il centro di salute di MSF dove Erica, infermiera svizzera,
è oggi di turno. Cerco di ritrovare le latrine che avevo preso
come punto di riferimento.
Mentre cammino tra le tende ricoperte di sabbia si sentono
solo voci e grida di bambini che giocano, piangono e si nascondono
appena mi vedono passare. Superato un piccolo dosso, mi ritrovo
nel mercato del campo. Scarpe, dolci e polveri varie, cellulari
finti con suonerie e luminarie fantascientifiche, sigarette,
animali, radio da riparare con accanto il riparatore, noccioline,
macchinette, stuoie, coperte. C'è pure un mulino a ore: una
macina per il miglio che viene affittata a chi lo compra nella
bottega affianco.
Finalmente
scorgo la bandiera di MSF che sventola. Appena arrivo, dalla
radio ci dicono di rientrare perché è stata sequestrata una
macchina di un'organizzazione umanitaria con tre persone a
bordo. Partiamo di corsa, stabilendo un contatto radio ogni
dieci minuti. Quando rientriamo su Iriba, i tre sono stati
ritrovati a Bahai, un po' malmenati.
Dopo poche ore riparto per Guereda, dove fino a poco tempo
fa MSF gestiva un centro nutrizionale terapeutico e il centro
di salute, oggi ceduti ad un'altra ong per potersi concentrare
su altre priorità.. Dopo circa tre quarti d'ora di macchina,
una tempesta di sabbia inizia ad inseguirci: è una corsa contro
il tempo, perché se ti raggiunge non vedi più nulla finché
non passa. Per fortuna riusciamo ad essere più veloci. Domani
ci aspetta una giornata dura: si vaccina lungo il confine.
Sergio
Guereda,
6 luglio
Un safari contro il morbillo 
Partiamo
alle sei del mattino. Io sono nella squadra di Arianna, infermiera
italiana, già alla sua seconda missione in Ciad. L'operazione
di oggi è stata pianificata da più di una settimana: team
di educatori sono andati in giro per i villaggi di profughi
ad annunciare che oggi sarebbe partita la vaccinazione contro
il morbillo nella zona di Birak (a 12 chilometri dalla frontiera
con il Sudan).
Il
morbillo è la principale causa di morte per i bambini sotto
i cinque anni d'età.
Dopo due ore e mezza di jeep in piena savana, arriviamo alla
tenda MSF allestita per questa operazione. Scarichiamo tutte
le ghiacciaie con dentro i vaccini, prepariamo sedie e tavolini
per la registrazione, ma ancora non si vede nessuno. Dopo
circa venti minuti arrivano due madri con cinque bambini,
ma niente di più. "Sono nel campo a piantare il miglio", dice
Ibrahimi, infermiere locale che nel frattempo era andato a
parlare con gli anziani.
Breve
consulto fra Arianna e Josette, coordinatrice medica di MSF,
e poi cambio di strategia. Un team parte con una jeep alla
caccia di villaggi, agglomerati, qualunque posto nella savana
dove possano esserci bambini da vaccinare. Partiamo verso
est, in direzione del confine tra Ciad e Sudan.
Dopo circa un quarto d'ora i fuoristrada, avvistiamo alcune
capanne. Incontriamo un uomo e gli chiediamo di avvertire
quante più persone possibile per dire che siamo arrivati per
la vaccinazione. Intanto ci posizioniamo sotto un albero per
preparare tutte le siringhe. Poco a poco inizia a radunarsi
una piccola folla. Si parte: Suleman registra i bambini e
dà il certificato di vaccinazione, io li conto e Arianna insieme
a Djerassem li vaccinano. Alla fine sono 35 i bambini vaccinati.
Chiediamo se conoscono altri villaggi nella zona e ci indicano
una collinetta in lontananza. Si
riparte. Ecco altre capanne. Ci fermiamo e riprendiamo le
operazioni. Ne vacciniamo 80. Ripartiamo, ma questa volta
senza nessuna indicazione precisa. Dopo una ventina di minuti
scorgiamo dei teli. Mano a mano che ci avviciniamo ci rendiamo
conto che sono niente più che dei ripari dal sole ma che ospitano
decine di persone. Sono quaranta famiglie di profughi sparpagliate
qua e là, arrivate da quindici giorni. Tutt'intorno è pieno
di carcasse di animali. "Eravamo riusciti a portarli con
noi. Era tutto quello che ci era rimasto e la nostra unica
speranza di salvezza, ma un'epidemia li ha decimati",
racconta un uomo mentre ci indica cinque carcasse di mucche.
E anche qui bambini da vaccinare.
Alle
tre del pomeriggio si concludono le operazioni: abbiamo vaccinato
9 bambini tra i sei e i nove mesi, 103 tra i 10 mesi e i cinque
anni, 72 tra i cinque e i dodici anni. Non male per un'azione
mobile, alla ricerca di bambini rifugiati nella savana. Un
vero e proprio safari contro il morbillo.
Piccole storie
Iriba, 14 luglio
Laila ha 10 anni. Tre settimane fa aveva trovato per terra
un oggetto strano. Non sapeva cosa fosse, ma presa dalla curiosità
di bambina lo ha afferrato ed ha iniziato a giocarci. BUM!
Poche ore dopo, è arrivata all'ospedale di MSF, a Iriba, con
una scheggia conficcata in fronte e le gambe piene di piccoli
frammenti di quello che in realtà era un ordigno inesploso.
E' stata operata d'urgenza e oggi è lì, sdraiata per terra,
che ti guarda e sorride.
"E'
arrivata qui con la fronte aperta e il volto coperto da una
maschera di sangue - racconta Peternelle, infermiera di MSF
che ha partecipato all'operazione – Siamo riusciti a toglierle
la scheggia che aveva in testa e a limitare i danni cerebrali.
Oggi parla, ride, ma certo non è come prima."
Omoni
ha 7 anni. E' un bambino vivace e con la sua strana pistola
ad acqua costituita da una innocua siringa non risparmia proprio
nessuno.
Dieci
giorni fa è arrivato all'ospedale d'Iriba, con l'avambraccio
sinistro completamente andato. Una frattura esposta e frammentata
si era gravemente infettata ed era andata in necrosi. Omoni
si è presentato ad Else, la dottoressa di MSF con competenze
chirurgiche che lavora all'ospedale di Iriba, tenendosi il
braccio ferito con l'altra mano. "L'infezione era ovunque
– racconta Else – e ci sono volute due ore e mezza per salvare
il resto del braccio e procedere con l'amputazione." E' stata
un'operazione difficile, ma la cosa più bella, ad Else, è
capitata quattro giorni dopo. "Era mattina presto e stavo
facendo il mio solito giro tra i pazienti. Quando arrivo al
letto di Omoni scosto la zanzariera per vederlo meglio e lui
mi regala un sorriso, così, dal nulla. Si era ripreso alla
grande ed io mi sentivo la persona più felice al mondo. La
più bella soddisfazione che potessi avere."
Per
prima cosa, gli hanno regalato dei guanti chirurgici per fare
dei palloncini, ma è da quando impugna la sua siringa e la
brandisce come James Bond che Omoni è tornato veramente a
giocare.
Mohammed
ha un anno. E' arrivato oggi al centro nutrizionale terapeutico
di Touloum (campo profughi con più di 15.000 persone). Alto
66 centimetri, pesava solo 4,8 chili e il rapporto peso-altezza
non lasciava dubbi: Mohammed era gravemente malnutrito.
"E'
1,1 chili sottopeso!", rivela Virginie, infermiera di MSF
responsabile del Cnt di Touloum. Subito dicono alla madre
di provare a dargli del plumpinat, della pasta d'arachidi
iperproteica, ma lui lo rifiuta. E' disidratato e il termometro
indica 39 gradi. Viriginie allora prepara una soluzione liquida
di sali minerali e acqua da somministrargli sempre per via
orale, ma con l'aiuto di una siringa. Ma dopo poco Mohamed
vomita tutto. "Bisogna trasferirlo d'urgenza al Cnt di Iriba
- spiega Virginie alla madre – le sue condizioni sono gravi."
Pochi minuti dopo una jeep parte con a bordo Mohammed, la
sorellina e la madre. Adesso sono ad Iriba e Mohammed viene
seguito 24 ore su 24 e alimentato otto volte al giorno. Adesso
dorme, ma ha ancora la febbre molto alta.
Tre giorni di formazione
Iriba, 18 luglio
"Tutti
i bambini che MSF cura qui al centro nutrizionale terapeutico
sono tutti nostri figli.", così Achim, fuggito dal Darfur
e oggi assistente logista di MSF nel campo profughi d'Iridimi,
conclude il suo intervento al corso di formazione su cos'è
MSF, sulla testimonianza e sul ruolo che ogni operatore può
avere all'interno della vita associativa di MSF e su cosa
significa lavorare per un'organizzazione umanitaria e quali
sono i principi che la guidano . Iridimi è la penultima tappa
di questo progetto di sensibilizzazione rivolto allo staff
locale, agli agenti sanitari e alle autorità rappresentative
dei profughi.
L'aspetto
più importante è coinvolgere attivamente i partecipanti e
ascoltare qual è la loro spontanea percezione. La parte didattica
viene, infqtti, spesso interrotta con momenti di confronto
e l'incontro termina con un gioco, un quiz, con delle affefrmazioni
che insieme bisogna decidere se sono vere o false.
Da
N'Djamena, per seguire la realizzazione di questi incontri,
è arrivato Djerassem, operatore di MSF che già aveva sperimentato
l'utilità di questa formula nei progetti di MSF a Sud, nei
campi profughi per le persone fuggite dalla Repubblica Centrafricana
dopo il colpo di stato avvenuto più di un anno fa.
Il
primo giorno, venerdì, è stata la volta di Touloum. Abbiamo
caricato sulla jeep il gruppo elettrogeno, la televisione
prestataci da un'altra Ong e il videoregistratore, e siamo
partiti per il campo profughi di Touloum. Al nostro arrivo,
il tendone del centro nutrizionale terapeutico dove pensavamo
di svolgere l'incontro era ancora pieno di mamme che stavano
dando il plumpinat, una specie di crema d'arahidi iperproteica,
ai loro figli malnutriti. Dopo una breve consultazione abbiamo
optato per un altro tendone. Quando è stato il momento di
sistemare il gruppo elettrogeno e portare la televisione mi
sembrava di viviere in un paradosso. In un posto dove c'è
solo della sabbia, dove l'approvvigionamento d'acqua spesso
non riesce a garantire i 15 litri al giorno per persona e
dove il nostro centro nutrizionale è sempre pieno, andare
a spasso con un televisore in braccio è decisamente imbarazzante.
Dopo pochi minuti la tenda si riempie e più dicinquanta persone
dello staff locale, uomini e donne, ma anche dei rappresentanti
dei profughi e degli agenti di salute, si stringono sulle
panche di legno. Il momento più vivace è il diattito sull'indipendenza
e sull'importanza della terzietà dell'azione umanitaria, anche
perché direttamente legato alla crisi del Darfur e al fatto
che MSF è presente su tutti e due i fronti del conflitto.
Ad un certo punto una raffica di tuoni anticipa di pochi istanti
l'arrivo di un violento acquazzone e di forti raffiche di
vento. Tutti ci siamo messi a sorreggere i montanti della
tenda per evitare che venisse divelta come quella accanto
alla nostra. Dopo quindici minuti di diluvio è tornata la
calma e abbiamo potuto completare il tutto.
Il
secondo giorno l'incontro era per il personale del centro
nutrizionale terapeutico di Iriba. Questa volta, visto che
quasi tutti i diciotto partecipanti parlavano francese, abbiamo
avuto la possibilità di proiettare il video “Parole Senza
Frontiere”. Dopo aver spiegato come MSF finanzia i suoi progetti
è arrivata una domanda che guardava alle attività di raccolta
fondi con un punto di vista totalmente differente dal nostro.
“Quando dovete restituire i soldi a quelli che ve li hanno
prestati, che ve li hanno dati per finanziare i vostri progetti,
come fate?”. Non è stato facile spiegare cosa c'è dietro al
meccanismo della donazione spontanea e cosa spinge migliaia
di persone, sulla base di un rapporto fiduciario, a finanziare
MSF.
Il
terzo giorno, domenica, è stato diviso in due: la mattina
al campo d'Iridimi e il pomeriggio all'ospedale d'Iriba. Il
dato che più colpisce è la partecipazione, l'interesse, la
voglia di capire bene cos'è MSF, la prima organizzazione ad
essere intrervenuta nell'est del Ciad, nel settembre 2003.
Che
si tratti di venerdì, giorno di preghiera per i musulmani,
o domenica, sono tutti fieri di essere presenti, raccontare
il loro lavoro, esprimere le proprie opinioni, partecipare
all'organizzazione materiale di questi incontri.
Un espatriato particolare
Iridimi, 17 luglio
Jean
Fagalamsdu è un infermiere camerunese di 44 anni e lavora
da ormai quattro mesi al centro di salute allestito da MSF
nel campo profughi di Iridimi. Sposato e con dieci figli,
si è preso un permesso dal lavoro che svolgeva in Camerun
per venire a lavorare qui con MSF. Alto, portamento elegante,
indossa sempre una lunga veste bianca o color crema.
Stavo
a casa, guardando la televisione, quando ho visto le immagini
di cosa stava succedendo a Tine, dei feriti e di tutti quei
bambini che soffrivano e dei volontari di Medici Senza Frontiere,
l'unica organizzazione che lavorava a Tine.
Molte
cose sono passate nella mia testa in quel momento, ma soprattutto
ho pensato ai miei cinque fratelli mortiquando io ero molto
piccolo. Quando ho visto le immagini dei bambini feriti, di
persone innocenti costrette a soffrire, mi sono detto che
bisognava fare qualche cosa. Lavoro come infermiere in una
struttura pubblica e, da quando il mio migliore amico è morto
di Aids, lavoro come volontario in una ong che si prende cura
dei pazienti affetti da Hiv. Ero sicuro di potermi render
utile.
Il
giorno dopo, a Yaoundé (capitale del Camerun), per strada
ho visto una macchina di MSF. L'ho raggiunta e l'ho fermata
per chiedere a chi potevo rivolgermi per lavorare in Ciad,
al confine con il Darfur. Le persone a bordo della macchina
mi hanno dato appuntamento per la sera stessa in un albergo,
dove mi hanno dato tutte le informazioni e i contatti necessari.
Sono
subito andato sul sito internet di MSF e ho raccolto tutte
le informazioni necessarie sulla situazione dei profughi del
Darfur.
Dopo
due settimane sono andato a N'Djamena, dove ho incontrato
il responsabile medico della missione di MSF in Ciad, che
mi ha sottoposto al test di valutazione. Subito dopo sono
partito per in centro di salute che MSF aveva allestito nel
campo profughi di Iridimi. Era il mese di marzo e oggi sono
ancora qui, felice della scelta che ho fatto.
Ci
sono due storie che Jean vuole raccontare.
Una
settimana fa è arrivato un bambino malnutrito e disidratato.
Quando ho saputo che era l'unico figlio sopravvissuto della
sua famiglia ho rivisto in lui ciò che avevo vissuto da piccolo.
Gli ho fatto un flebo e dopo due ore già stava meglio e l'abbiamo
potuto trasferire al centro nutrizionale terapeutico di Iriba.
Tutti i giorni, quando tornavo a casa, passavo a trovarlo.
Poi, finalmente, è guarito.
Due
giorni fa una donna era venuta a farsi visitare perché aveva
un gran male alla testa. L'ho visita e non aveva nulla di
particolare. Allora ho messo la mia fronte contro la sua e
le ho detto che non aveva assolutamente nulla. Ma lei continuava
a lamentarsi. L'ho guardata negli occhi e le ho detto “ per
farti passare questo dolore, quando torni alla tua tenda dì
a tuo marito di abbracciarti e vedrai che passerà tutto .”
A quel punto si è seduta, si è messa le mani contro le tempie
e dopo due minuti è scoppiata a piangere. Le ho sollevato
leggermente la testa e le ho chiesto cosa avesse. “ Il
padre di mio figlio (mio marito)… non so più dov'è! Quando
siamo scappati ognuno è fuggito dove poteva e da allora non
so più nulla di lui. ” Quando è uscita dalla tenda delle
consultazioni anch'io ho cominciato a piangere.
Iridimi,
19 luglio
Tomah
ha 27 anni. E' seduta per terra nel centro nutrizionale terapeutico
(Cnt) che MSF ha allestito nel campo di Iridimi, e in braccio
tiene la piccola Samya, una bambina di tre anni che ciuccia
una bustina di plumpynut (crema d'arachidi iperproteica).
Avvolta nel suo telo nero a fiori arancioni, Tomah aspetta
che Tuva, la nuova infermiera svedese di MSF che si occupa
di nutrizione, la chiami per controllare il peso della figlia.
Tomah
è arrivata a Iridimi quattro mesi fa e oggi è qui da sola
con le sue due figlie: Samya, 3 anni, e Sehab, 7 anni. Suo
marito è andato in Libia e da lì, dice lei, cercherà di raggiungere
l'Italia. A Tine, città al confine tra Ciad e Sudan, spesso
arrivano dei camion libici e con 200 dollari si può comprare
un biglietto di sola andata verso un paese che affaccia sul
Mediterraneo.
"Passo tutto il giorno qui al centro di MSF per far guarire
Samya. Purtroppo l'altra figlia non è stata estratta a sorte
per andare a scuola e sta tutto il giorno da sola, nella tenda.
Per fortuna, la sera, quando torno al mio rifugio le altre
famiglie m'invitano a mangiare da loro e così riesco a passare
un po' di tempo in compagnia e a sentirmi meno sola",
racconta Tomah.
Oggi
nel Cnt di Iridimi sono curati circa 70 bambini gravemente
malnutriti mentre nel centro nutrizionale supplementare ce
ne sono circa 460.
La quantità di cibo che viene distribuita nel campo - 1.800kcal
per persona al giorno - copre solo lo stretto indispensabile
di kcal di cui ha bisogno un essere umano: un uomo che sta
a letto per un'intera giornata infatti ne consuma 1.500.
"A
nostro avviso la quantità di cibo che dovrebbe essere distribuita
dovrebbe essere di 2.200 kcal al giorno per persona. Nella
situazione attuale, la minima malattia (febbre, diarrea, ecc.)
causa nei bambini uno stato di malnutrizione. Le razioni attuali
di 1.800 kcal sono il limite minimo per evitare questa possibilità",
dichiara Laurence Sailly, responsabile dei progetti di MSF
a Iridimi, Touloum e Iriba.
"In
questa fase, il lavoro di sensibilizzazione degli educatori
alla salute dovrebbe consentirci di individuare e trasferire
i bambini moderatamente malnutriti che non sono ancora in
cura presso il centro nutrizionale supplementare e che non
ricevono ancora il supporto alimentare di cui avrebbero bisogno
prima di diventare gravemente malnutriti", continua Laurence.
Due
squadre di 15 educatori alla salute, uno ogni 1.000 persone,
lavorano nei due campi profughi di Touloum e Iridimi per indirizzare
le persone malate e le madri con bambini malnutriti verso
i centri di MSF.
Touloum,
20 luglio
Elsadek
ha 28 anni e il suo nome, Elsadek, significa colui che non
mente. E' un profugo del Darfur e lavora nel centro nutrizionale
terapeutico di MSF. Viene dal villaggio di Amboru.
"Frequentavo
l'Università di El Fasher, nel Darfur, per diventare maestro.
Poi, dalla radio, ho saputo che il mio villaggio, dove viveva
tutta la mia famiglia, era stato attaccato e allora ho deciso
di andare a vedere cos'era successo", racconta Elsadek.
"A quel punto sono andato ad Amboru per raggiungere i miei
familiari, ma non riuscivo a trovarli. Temevo il peggio, ma
poi ho saputo che erano fuggiti in Ciad. Allora mi sono incamminato
verso Bahai, città del Ciad al confine con il Darfur. Quando
sono arrivato la mia famiglia era già partita, era andata
a Tine e quando sono arrivato lì mi hanno detto che era stata
trasferita dall'Acnur nel campo profughi di Touloum. Alla
fine ce l'ho fatta: sono riuscito a trovare la mia famiglia
e ora sono con loro."
Elsadek
è arrivato a Touloum, dove ha ritrovato la sua famiglia, due
mesi fa. Oggi vive con suo padre, sua madre, tre fratelli
di 13, 25 e 30 anni, la moglie del fratello più grande e i
suoi quattro figli in quattro tende.
"In
Darfur vivevamo in capanne costruite con fango e rami. Non
eravamo ricchi, ma avevamo tra le 30 e le 40 pecore. Quando
la mia famiglia è dovuta fuggire non è riuscita a portare
con sé nulla e io sono arrivato in Ciad solo con questa camicia
e questi pantaloni", conclude così il racconto della fuga
dal Darfur.
"Una
settimana fa, mio nipote, di due anni, si è ammalato, aveva
la febbre e una tosse molto brutta. L'abbiamo portato qui,
al centro di salute di MSF, dove l'hanno visitato e gli hanno
dato delle medicine. Ora sta meglio e sembra che stia guarendo.
Rispetto ad altre persone del campo io sono fortunato: da
quasi un mese ho un lavoro nel centro nutrizionale supplementare
di MSF. Ma la mia preoccupazione principale è per i miei quattro
nipoti, perché non possono più andare a scuola e studiare."
A Touloum, campo profughi con più di 4.000 bambini, la scuola
è stata chiusa perché mancavano lavagne, quaderni e penne.
Alsadig
ha 32 anni e anche lui è un profugo del Darfur che lavora
nel centro nutrizionale supplementare di MSF a Touloum. Suo
figlio, che il 27 luglio compirà un anno, è gravemente malnutrito
ed è stato ricoverato nel centro nutrizionale terapeutico
di Iriba. La sua famiglia è composta da 16 persone. Vengono
da Kornoy e sono arrivati in Ciad, a Tine, lo scorso mese
di febbraio. Sono rimasti lì alcuni mesi e poi, a maggio si
sono trasferiti a Touloum.
"A
ottobre, quando sono iniziati i bombardamenti su Kornoy, abbiamo
scavato un rifugio nella terra per ripararci dalle bombe.
Ogni volta che sentivamo il rumore degli aerei ci buttavamo
per terra e c'infilavamo nel rifugio. Abbiamo vissuto così
per tre mesi, poi, un giorno abbiamo visto gli abitanti del
villaggio di Adlkheir che fuggivano e raccontavano cosa stava
succedendo. Non avevamo altra scelta, dovevamo abbandonare
tutto e fuggire e così è stato. Abbiamo caricato i bambini
e l'acqua sugli asini e ci siamo diretti a ovest. Camminavamo
di notte per non essere visti. Quando siamo arrivati a Kadir,
dopo alcuni giorni, abbiamo sentito di nuovo il rombo degli
aerei. Non abbiamo neanche fatto in tempo a riempire le sacche
d'acqua. Ci siamo rimessi in marcia subito. Alla fine siamo
riusciti ad arrivare a Bamina, in Ciad, dove però la situazione
era drammatica: c'era tantissima gente e solo due pozzi per
l'acqua. L'unico momento in cui si poteva fare rifornimento
era la notte. Dopo tre giorni in quelle condizioni e dopo
che avevamo perso le poche cose che c'erano rimaste ci siamo
rimessi in cammino e, dopo sette giorni, siamo arrivati a
Tine".
Quando
era in Darfur lavorava come contabile e, come dice lui, "era
meglio di niente".
"Qui
a Touloum non ci sono tende a sufficienza e in dieci siamo
costretti a dormire in una sola tenda. Ma la cosa più preoccupante
è che ancora non abbiamo ricevuto una zanzariera e la stagione
delle piogge è iniziata da ormai una settimana e ormai le
zanzare ci pungono ogni sera. In più l'approvvigionamento
d'acqua non è costante".
A
Touloum l'approvvigionamento d'acqua avviene solo con autobotti
provenienti da Iriba, percorrendo una pista di sabbia e terra
di 15 chilometri. Basta un acquazzone di mezz'ora per rendere
impraticabili i due wadi e diversi punti in cui si forma il
pantano. La quantità d'acqua disponibile per ogni profugo
è di meno di 10 litri al giorno, quando lo standard minimo
è di 15 litri al giorno.
"Ma
adesso il mio unico pensiero è per mio figlio. Fra poco compirà
un anno e chissà se potrò riabbracciarlo per quel giorno.
L'ultima volta che l'ho visto era debole e stava molto male.
Prego Dio perché possiate salvarlo".
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