FOTO&REPORTAGE - Afganistan 2002

I campi di Shaidayee e Maslakh

Herat, 3 ottobre 2002 - Uscendo dalla città e dirigendosi a nord, verso le province di Badghis e Faryab, si percorre una valle circondata dagli alberi e dal verde. Dopo circa venti minuti si raggiunge il campo di sfollati di Shaidayee. Le cifre ufficiali parlano di 22.000 persone che alloggiano in piccoli edifici di paglia e fango. In questo campo MSF gestisce un centro di transito per visitare e vaccinare tutti i nuovi arrivati, una clinica e un centro nutrizionale supplementare . Gli sfollati provengono prevalentemente dalle province di Badghis, Faryab e Ghor (a nord e ad est di Herat). Secondo una recente indagine condotta da MSF tra gli abitanti di Shaidayee, la maggior parte delle persone ha abbandonato il proprio luogo d'origine a causa della siccità. In molte regioni dell'Afganistan, infatti, non piove da oltre tre anni.

In questi giorni quattro team coordinati da Gerard Schmid, infermiere di MSF, stanno conducendo dei monitoraggi sulla situazione nutrizionale degli sfollati di Shaidayee. Dopo tre mesi che non ricevevano aiuti alimentari, finalmente, la scorsa settimana, è avvenuta una distribuzione generalizzata di cibo (2,5 chili di farina iperproteica a base di cereali e 0,9 chili di olio per famiglia per un mese).

Xar Mohammed (foto a sinistra) vive con la moglie e quattro figli, tre femmine e un maschio, in un rifugio di tre metri quadrati. E' arrivato a Shaidayee sette mesi fa dalla provincia di Badghis (sud-ovest dell'Afganistan). "Siamo dovuti andare via perché non avevamo più cibo per sfamarci - dice Xar - Facevo il contadino ma la siccità, oltre ad aver portato via i raccolti si è presa anche il mio lavoro. Se non piove non cresce nulla e quindi la terra non può essere coltivata e quindi un contadino non serve più". Oggi Xar e la sua famiglia dipendono interamente dagli aiuti umanitari. "Non abbiamo più un posto dove tornare - prosegue Xar - Tutte le mattine vado ad Herat per cercare un lavoro per guadagnare due soldi. Le mie figlie mi accompagnano facendo l'elemosina, ma non è sufficiente per sfamare sei persone". Gore, il figlio maschio, resta al campo per accudire la madre malata La più grande paura di Xar è rimanere senza cibo. "Per tre mesi ci siamo sfamati con un pezzo di pane al giorno a testa e del tè. Finalmente, una settimana fa, ci hanno dato due chili e mezzo di cibo iperproteico e una latta d'olio".

Una delle figlie di Mokhtar (foto a sinistra) è nata a Shaidayee. "Nonostante sia abbastanza vecchio (60 anni) ho deciso di abbandonare il mio villaggio nella provincia di Ghor perché non avevamo più di che sfamarci. Siamo arrivati qui cinque mesi fa, con mia moglie incinta e i nostri sei figli, due maschi e quattro femmine", racconta Mokhtar. "Alla mia età è difficile trovare qualcuno che ti dia una lavoro. Ogni mattina i miei due figli vanno ad Herat a fare l'elemosina". Mentre parla, Mokhtar si dirige verso alcune coperte che gli sono state consegnate alcuni giorni fa. "Per l'inverno abbiamo solo queste sei coperte per proteggerci, neanche una a testa, e non abbiamo legna per riscaldarci".

L'arrivo della stagione fredda è vissuto con molta preoccupazione dagli sfollati di Shaidayee. La notte le temperature possono raggiungere i quindici gradi sotto zero e a differenza di altre regioni qui piove e nevica e il campo si trasforma in una palude di fango. La maggior parte delle persone intervistate da MSF ha detto di non voler tornare al proprio villaggio perché non sarebbe in grado di ristabilire le minime condizioni di sopravvivenza.

Hafiiza sta accovacciata in un angolo. Lo sguardo è triste, a differenza degli altri bambini che giocano allegramente appena fuori dal suo rifugio. Ha nove anni e da tre settimane soffre di mal di testa e forte nausea. "E' malaria", spiega il padre con tono molto preoccupato e indica un sacchetto appeso al muro dal quale si intravedono delle medicine. "Ce le hanno date alla clinica, ma è il cibo che ci manca. A che ci servono le medicine se poi moriamo di fame? D'inverno, poi, come possiamo andare avanti solo con un pezzo di pane al giorno e senza la legna per riscaldarci?".

Dall'inizio dell'anno 400.000 sfollati, su un totale di un milione, sono ritornati nei propri villaggi. Già a pochi mesi dal loro rientro alcuni di loro si stanno rimettendo in cammino alla ricerca di un riparo, di cibo e di tutto quello che hanno perso per colpa della guerra e della siccità. Un nuovo flusso di persone si sta dirigendo verso i campi dove lavorano le organizzazioni umanitarie. "Abbiamo denunciato questa situazione già lo scorso febbraio - spiega Stefano Savi, capo missione di MSF ad Herat - e oggi, alla vigilia di un nuovo inverno, siamo costretti a prendere atto che il nostro allarme sta diventando realtà: le persone che erano state rimpatriate nei propri villaggi stanno tornando nei campi di sfollati".

Il campo di Maslakh, il più grande della provincia, si trova a circa trenta minuti di jeep da Herat, lungo la strada che porta in Iran. Costruito nel dicembre 2000, oggi ospita circa 32.000 sfollati. A dicembre dell'anno scorso ne conteneva almeno 160.000. Nel centro nutrizionale terapeutico di MSF sono ricoverati 23 bambini affetti da malnutrizione severa. "Per due mesi i residenti del campo hanno ricevuto solo un pezzo di pane a testa - racconta Sayd, giovane medico afgano che lavora per MSF da più di un anno - Se dovesse riverificarsi una situazione simile anche durante l'inverno sarebbe terribile". Una donna dal volto coperto accudisce il figlio di pochi mesi ricoverato nel TFC. E' arrivata a Maslakh da un anno e mezzo e da più di un mese non riceve notizie del marito che ha trovato lavoro in un distretto lontano dal campo. Oggi è sola con i sei figli. "Al villaggio non avevamo più nulla - racconta la donna - Abbiamo iniziato a vendere tutte le nostre cose per comprarci da mangiare ma non è bastato. Ho perso tre figlie laggiù, di 7 anni, 6 mesi e un mese. Sono arrivata qui con mio marito e gli altri sei figli che mi erano rimasti e non voglio rischiare di perderne altri". Per la prima volta, nel campo di Maslakh, il suo figlio maggiore di 20 anni è riuscito ad andare a scuola. "Ora frequenta la prima classe e non voglio che smetta: è l'unico di noi che probabilmente riuscirà ad avere un'istruzione e non può perdere questa opportunità", conclude la donna .

Sergio